Chi difende il bambino queer?

di Beatrice Preciado*

Il 13 gennaio a Parigi una manifestazione per i diritti dei bambini.

queerchild

Cattolici, ebrei e musulmani integralisti, seguaci disinibiti di J.-F. Copé [il leader della fazione più retrograda dell’Ump, il partito di destra ex-gollista, n.d.t], psicoanalisti edipici, socialisti naturalisti alla Jospin, sinistrorsi eteronormativi e il gregge crescente dei reazionari alla moda si sono trovati d’accordo domenica scorsa per fare del diritto dei bambini ad avere un padre e una madre l’argomento centrale per giustificare la limitazione dei diritti degli omosessuali. È il giorno della loro uscita pubblica, il gigantesco outing nazionale degli eterocrati. Difendono un’ideologia naturalistica e religiosa di cui sono ben noti i principi. L’egemonia eterosessuale ha sempre poggiato sul diritto a opprimere le minoranze sessuali e di genere. Il dato problematico è che essi costringono i bambini a portare in corteo questa scure patriarcale.

Il bambino [enfant, in francese bambino e bambina, n.d.t.], che Frigide Barjot [pseudonimo di Virginie Tellenne, giornalista di destra e animatrice della campagna contro Hollande e i “matrimoni per tutti”, n.d.t.] pretende di proteggere, non esiste: i difensori dell’infanzia e della famiglia si appellano alla figura politica di un bambino di loro costruzione, un bambino presupposto eterosessuale e normato secondo il genere. Un bambino privato di ogni forza di resistenza e di ogni possibilità di fare un uso libero e collettivo del proprio corpo, dei suoi organi e dei fluidi sessuali. Questa infanzia che pretendono di proteggere esige il terrore, l’oppressione e la morte.

La loro ninfa egeria, Frigide Barjot, approfitta dell’impossibilità dei bambini di ribellarsi politicamente al discorso degli adulti: il bambino è sempre un corpo cui non si riconosce il diritto di governarsi. Consentitemi di inventare, retrospettivamente, una scena di enunciazione, concedetemi il diritto di risposta a nome del bambino governato che io sono stato/a. Di difendere un’altra forma di governo dei bambini che non sono come gli altri.

Sono stato/a un giorno il bambino che Frigide Barjot si vanta di proteggere. E mi ribello oggi in nome dei bambini che questi discorsi fasulli intendono salvaguardare. Chi difende i diritti del bambino differente? I diritti del ragazzino che ama vestirsi di rosa? Della ragazzina che sogna di sposarsi con la migliore amica? Chi difende i diritti del bambino queer, checca, lesbo, transessuale o transgender? Chi difende i diritti del bambino a cambiar genere, se lo desidera? I diritti del bambino alla libera autodeterminazione di genere e sessualità? Chi difende i diritti dei bambini a crescere in un mondo senza violenza sessuale o di genere?

L’onnipresente discorso di Frigide Barjot e dei protettori dei «diritti del bambino ad avere un padre e una madre» mi riporta al linguaggio nel nazional-cattolicesimo della mia infanzia. Io sono nato/a nella Spagna franchista dove sono cresciuto/a in una famiglia eterosessuale cattolica di destra. Una famiglia esemplare, che i seguaci di Copé potrebbero erigere a emblema di virtù morale. Ho avuto un padre e una madre, che hanno adempiuto scrupolosamente la funzione di garanti domestici dell’ordine eterosessuale.

Nei discorsi francesi attuali contro il matrimonio e la procreazione medicalmente assistita per tutti riconosco le idee e gli argomenti di mio padre. Nell’intimità del focolare domestico egli articolava un sillogismo che invocava la natura e la morale per giustificare l’esclusione, la violenza e perfino la messa a morte degli omosessuali, dei travestiti e dei trans. Cominciava con «un uomo dev’essere un uomo e una donna una donna, per questo gli omosessuali sono sterili», fino alla conclusione implacabile: «se il mio bambino fosse omosessuale, preferirei ammazzarlo». E questo bambino ero io. Il bambino-da-proteggere di Frigide Barjot è l’effetto di un temibile dispositivo pedagogico, il luogo di proiezione di tutti i fantasmi, l’alibi che consente all’adulto di naturalizzare la norma. La biopolitica è vivipara e pedofila. Ne dipende la riproduzione nazionale. Il bambino è un artefatto biopolitico garante della normalizzazione dell’adulto. La polizia del genere sorveglia la culla dei viventi che devono nascere per trasformarli in bambini eterosessuali. La norma fa la ronda intorno a corpi teneri. Se tu non sei eterosessuale, la morte ti attende. La polizia del genere esige qualità differenti dal ragazzino e dalla ragazzina. Modella i corpi per disegnare organi sessuali complementari. Prepara la riproduzione dalla scuola al Parlamento, l’industrializza. Il bambino che Frigide Barjot desidera proteggere è la creatura di una macchina dispotica: un seguace miniaturizzato che fa campagna per la morte in nome della protezione della vita.

Mi ricordo del giorno quando, nella mia scuola di buone suore, le Suore serve riparatrici del Sacro Cuore, madre Pilar ci ha domandato di disegnare la nostra futura famiglia. Avevo 7 anni. Mi sono disegnata moglie della mia miglior amica, Marta, con tre bambini e svariati cani e gatti. Avevo già immaginato un’utopia sessuale, dove esisteva il matrimonio per tutti, l’adozione, la procreazione medicalmente assistita…Qualche giorno dopo, la scuola ha spedito una lettera a casa, consigliando ai miei genitori di condurmi da uno psichiatra, per regolare al più presto un problema di identità sessuale. Seguirono numerose rappresaglie. Il disprezzo e il rigetto di mio padre, la vergogna e il senso di colpa di mia madre. A scuola si sparse la voce che fossi lesbica. Una manifestazione di seguaci di Copé e di Frigide Barjot si organizzava quotidianamente davanti alla mia classe. «Sporca lesbo» –dicevano– «adesso ti violentiamo, per insegnarti a scopare come Dio vuole». Avevo un padre e una madre, che furono incapaci di proteggermi dalla repressione, dall’esclusione, dalla violenza. Ciò che proteggevano mio padre e mia madre non erano i miei diritti di bambino, ma le norme sessuali e di genere che erano state loro inculcate nel dolore, mediante un sistema educativo e sociale che puniva ogni forma di dissidenza con la minaccia, l’intimidazione, la punizione e la morte. Avevo un padre e una madre ma nessuno dei due poté proteggere il mio diritto alla libera autodeterminazione di genere e sessualità.

Ho rifuggito quel padre e quella madre che Frigide Barjot esige per me, ne dipendeva la mia sopravvivenza. Ho avuto un padre e una madre, ma l’ideologia della differenza sessuale me li ha confiscati. Mio padre fu ridotto al ruolo di rappresentante repressivo della legge del genere. Mia madre fu privata di tutto quanto potesse eccedere la funzione uterina, di riproduzione della norma sessuale. L’ideologia di Frigide Barjot (allora articolata con il franchismo nazional-cattolico) ha spogliato il bambino che ero del diritto di avere un padre e una madre che avrebbero potuto amarmi e prendersi cura di me. C’è voluto parecchio tempo, conflitti e ferite per superare questa violenza. Quando il governo socialista di Zapatero propose, nel 2005, la legge sul matrimonio omosessuale in Spagna, i miei genitori, sempre cattolici praticanti di destra, hanno manifestato a favore di questa legge. Hanno votato socialista per la prima volta nella vita. Non hanno manifestato soltanto per difendere i miei diritti, ma anche per rivendicare il proprio diritto a essere padri e madri di un bambino non-eterosessuale. Per il diritto alla paternità di tutti i bambini, indipendentemente dal genere, sesso o orientamento sessuale. Mia madre mi ha raccontato di aver dovuto convincere mio padre, più riluttante. Mi ha detto: «anche noi abbiamo il diritto di essere i tuoi genitori».

I manifestanti del 13 gennaio non hanno difeso i diritti dei bambini. Difendono piuttosto il potere di educare i bambini nella norma sessuale e di genere, come presunti eterosessuali. Sfilano per mantenere il diritto di discriminare, punire e correggere ogni forma di dissidenza o devianza, ma anche per ricordare ai genitori di bambini non-eterosessuali che il loro dovere è di vergognarsene, di rifiutarli, di correggerli. Noi difendiamo il diritto dei bambini a non essere educati esclusivamente come forza-lavoro e riproduttiva. Difendiamo il diritto dei bambini a non essere considerati come futuri produttori di sperma e futuri uteri. Difendiamo il diritto dei bambini a essere soggettività politiche irriducibili a un’identità di genere, di sesso o di razza.

*Filosofa, docente di Storia politica del corpo a Paris VIII, autrice del Manifesto contro-sessuale (2000), Il Dito e la Luna (2002). Tratto da Libération, 14.1.2013. Traduzione dal francese a cura di Dinamopress.

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