Femminismo puttana. Sex work e sciopero dai generi.

Riceviamo e diffondiamo con piacere:

Traduzione del testo “Feminisme Pute” scritto dallo STRASS (Syndicat du TRAvail Sexuel).

Femminismo puttana

Questo testo è stato presentato alla Sorbona in occasione della Giornata Internazionale per i Diritti delle Donne. Lo STRASS è stato invitato dal Block Offensif Antisexiste (BOA), collettivo di studenti femministe, a rispondere alla domanda:

Come riappropriarsi del proprio corpo in quanto donne o minorità di genere in una società
capitalista, sessista e patriarcale?

In un periodo di rimonta del femminismo istituzionale che giudica la nostra attività e condanna a rotazione sia la “sgualdrina”, sia la “vittima” sia il cliente “prostitutore”, la nostra lotta per il riconoscimento del lavoro sessuale, soprattutto in quanto donne cis e trans, deve essere guidata non solamente dalla nostra esperienza personale, ma anche da una riflessione storica sul legame tra la lotta femminista contro la dominazione patriarcale delle donne e il lavoro sessuale. L’analisi che segue permette di mettere in luce l’importanza delle lotte femministe intersezionali nella riappropriazione del nostro corpo e dei nostri diritti e di leggere il modo in cui il femminismo istituzionale dedito all’Uguaglianza Uomo-Donna – nel suo tentativo di esercitare un controllo sulle
minoranze e sui nostri diritti e sui nostri corpi e di dettare la sua “visione della dignità” – esercita sulle lavoratrici del sesso una dominazione identica a quella patriarcale.

Per definire quello che potrebbe essere un femminismo che parte dai nostri vissuti di sex worker, che potremmo anche chiamare “femminismo puttana”, affronteremo 3 elementi di riflessione:

-1) rendere visibili i servizi sessuali come lavoro che le donne sono costrette a svolgere nel
sistema patriarcale e nel sistema capitalista

-2) comprendere il ruolo dell’insulto “puttana”, della “puttanofobia” o dello “stigma della
puttana” come forme di controllo sessista sul corpo delle donne

-3) considerare il sex work come lavoro di genere: considerare come lavoro la performance della femminilità nella vita di tutti i giorni, sia sul lavoro e compreso sia nella sfera definita privata e “fuori dal lavoro”.

Il lavoro sessuale come lavoro

Le prime organizzazioni di lavoratrici del sesso sono nate negli anni ‘70, nell’ondata dei movimenti delle donne di quel periodo. In quel momento, delle militanti e teoriche femministe hanno analizzato la divisione sessuale del lavoro, soprattutto attraverso l’esempio del lavoro domestico relegato nella sfera privata, e reso invisibile da formulazioni quali “la mamma non lavora perché sta a casa a occuparsi dei bambini”.

In paesi come l’Italia, il Quebec o il Regno Unito, gruppi di donne hanno rivendicato il reddito per il lavoro domestico per denunciare questa ingiunzione al lavoro gratuito.
Nel 1975, nel momento in cui le prostitute francesi occupano le chiese per protestare
contro le leggi repressive che subivano, il collettivo inglese delle prostitute (l’English Collective of Prostitutes) stringeva alleanze con il movimento in favore del reddito per il lavoro domestico.

Tra queste femministe, Selma James e Silvia Federici hanno rivendicato il riconoscimento della prostituzione come lavoro, ritenendo che i servizi sessuali facciano anch’essi dei compiti che spettano “naturalmente” al ruolo definito femminile della sposa e della madre. Queste femministe sostenevano che il movimento delle prostitute, rendendo visibile la prostituzione come lavoro, aiutava l’insieme delle donne, che potevano così meglio negoziare, per il proprio piacere e interesse, le condizioni di questa imposizione alla sessualità, o per rifiutarla più facilmente. Questa ingiunzione a rendere dei servizi sessuali agli uomini è un tratto considerato come universale.

È in ogni caso la conclusione della ricerca dell’antropologa Paola Tabet che ha
teorizzato quello che ha chiamato il “continuum dello scambio economico-sessuale”. Per
riassumere, Tabet osserva che in tutte le società che ha studiato, le donne sono private della maggior parte delle ricchezze e dei mezzi di produzione detenuti in generale dagli uomini. Per vivere o sopravvivere, sono costrette a utilizzare il loro sesso e la loro sessualità come mezzo di scambio con gli uomini per accedere alle risorse o ai vantaggi come la sicurezza o una migliore posizione sociale. All’interno di questo continuum si situa la prostituzione, ma anche, in ugual misura, la maggior parte delle istituzioni del patriarcato che disciplinano e inquadrano le possibilità di incontri sessuali tra donne e uomini, ossia: il matrimonio, la coppia o gli appuntamenti amorosi.

Le prostitute non sono più quindi una categoria a parte dalla altre donne, ma sono esposte ad un’oppressione comune attraverso l’estorsione di servizi sessuali.
In cosa la nostra oppressione sarebbe specifica rispetto a quella delle altre donne? Ci arriveremo nel secondo punto.

La puttanofobia o lo stigma della puttana

La psicologa Gail Pheterson, altra grande femminista alleata dei movimenti delle prostitute dagli anni ‘70, ha analizzato i rapporti donne/uomini attraverso quello che ha denominato “prisma della prostituzione”. In seguito ai lavori di Tabet, Pheterson definisce la prostituzione come differente dalle altre forme di scambio economico-sessuale in quanto parte stigmatizzata e illegittima del continuum. La ragione di questa stigmatizzazione risiede nel fatto che, nella prostituzione, le donne osano esigere un compenso finanziario o materiale per i servizi sessuali resi e che, facendo ciò, si
rende visibile il fatto che si tratterebbe di un lavoro e non di un quadro di scambi “naturali”.
Pheterson mostra, tuttavia, che lo “stigma della puttana” non riguarda solo le prostitute ma è un’arma del patriarcato contro tutte le donne. Infatti, la stigmatizzazione della figura della prostituta, permette di creare una identità di genere separata all’interno della classe delle donne, che ha come funzione l’essere un contro-modello agli status legittimi, per esempio, della sposa o della madre. Le donne sono così divise schematicamente nel patriarcato tradizionale in due blocchi principali, a seconda del tipo di lavoro sessuale al quale sono assegnate: lavoro sessuale di riproduzione o lavoro sessuale che ha come finalità la produzione di piacere e divertimento (ovviamente maschile).

Questi due modelli di lavoro sessuale sono distinti perché gli uomini vogliono assicurarsi della trasmissione dei loro geni e del loro cognome, limitando quindi lo scambio sessuale delle donne a un solo uomo nella sfera privata o estendendola a tutti gli uomini
nella sfera pubblica.
L’insulto “puttana” non serve solo a stigmatizzare le lavoratrici del sesso ma anche tutte le
iniziative, i gesti di autodeterminazione, le le forme di ribellione, le forme di trasgressione di genere delle donne, in particolare il fatto di occupare gli spazi pubblici e notturni riservati tradizionalmente agli uomini, dove sono tollerate solo le “troie” disponibili per il loro divertimento.
Di fronte allo stigma della puttana, la strategia femminista “mainstream” è di incitare le donne a distinguersi il più possibile dalla categoria “puttana”, andando fino a cercare di abolirla. Tuttavia, finché la struttura economica del patriarcato e del capitalismo persisterà, ci saranno sempre delle donne che avranno bisogno, o troveranno interesse, a guadagnare soldi tramite il lavoro sessuale. Al posto di lottare contro la stigmatizzazione, l’approccio abolizionista ha piuttosto la tendenza a rinforzarla e a mantenere la dicotomia tra “donne normali” e “donne particolari”.
Una strategia per lottare contro la stigmatizzazione è stata quella di coniare il termine “lavoro sessuale” al posto di prostituzione. Questo termine ha come vantaggio, come si è visto, di denaturalizzare l’assegnazione ai servizi sessuali e di rendere visibile questo compito come lavoro.
Questa espressione permette anche di riconoscere la capacità di agire delle donne, e di organizzarsi per esigere dei diritti e protezioni conquistati dai movimenti operai. Infine, permette di riunire diverse categorie di lavoratrici del sesso in maniera più ampia di quanto faccia la prostituzione tradizionale, forme che sono solitamente isolate e divise secondo le loro modalità di lavoro.
Un’altra strategia di lotta contro lo stigma della puttana è quella di riappropriarcene
orgogliosamente. Quando diciamo che siamo delle puttane e che ne siamo fiere, non portiamo l’attenzione sulle condizioni di esercizio del lavoro sessuale o sui nostri sentimenti riguardo a questo. Qualunque siano le nostre esperienze, buono o cattive, sia che amiamo sia che detestiamo il nostro lavoro, non dobbiamo giustificarcene. Quello che noi diciamo tramite questo messaggio di fierezza, è che mai ci lasceremo ridurre dalla vergogna o dal silenzio, perché come vedremo adesso nel terzo e ultimo punto, lo stigma della puttana ha anche come scopo di impedirci di rivelare quello che sappiamo sui rapporti di genere attraverso la nostra esperienza di confronto quotidiano con gli
uomini.

Il lavoro sessuale come lavoro di genere

Una parte importante del lavoro sessuale consiste nel performare il genere, perché lo spazio della sessualità è uno di quegli spazi dove le possibilità di espressione di genere diventano più numerose, soprattutto nelle industrie del sesso contemporanee e mondializzate, risultato del liberalismo, dove le domande si diversificano  e dove le fonti d’accesso a certe forme di servizi sessuali come la pornografia si democratizzano.

Il lavoro sessuale evolve in effetti come il resto della società, in negativo ma qualche volta in positivo, in particolar modo grazie all’apporto delle femministe e delle correnti dette “pro-sex” che provano a cambiare i mestieri del sesso dall’interno. Benché le
espressioni di tipi di femminilità (o di mascolinità) siano le più diverse e maggiori libertà siano possibili soprattutto con lo sviluppo delle “nicchie commerciali” , certe rappresentazioni di genere possono essere anche molto più rigide e stereotipate. In ogni caso, è evidente a molte lavoratrici sessuali che la sessualità, la seduzione o le emozioni che mettono in campo appartengono a un lavoro di produzione di una femminilità.
Quando si è femministe puttane e si lavora con la sessualità, si osserva forse più rapidamente e facilmente la fatticità del genere e della femminilità che si performa nel quotidiano. Il trucco, il vestiario, gli accessori, tutta una serie di supporti materiali vengono a volte a sostenere un edificio totalmente costruito al servizio delle fantasie e delle rappresentazioni. Ma a forza di performare questa femminilità nel contesto del lavoro, diventa a volte meno sopportabile farlo al di fuori di esso, e per di più, gratuitamente. Perché dover essere ben vestite, sexy, dover sorridere, prestare
attenzione e pazienza alla conversazione degli uomini se non ci pagano per farlo?
Altra osservazione, questa mobilitazione della femminilità non è unicamente comune alle lavoratrici sessuali. In molte abbiamo svolto altri lavori nei quali dovevamo fare attenzione al nostro aspetto, al nostro abbigliamento, ai nostri comportamenti. Inoltre, anche nelle più alte sfere del potere si esige per esempio che le donne politiche siano ben vestite, o che subiscano ogni sorta di commento sul loro aspetto fisico o le emozioni che esprimono o non esprimono pubblicamente. E anche lì si ritrova una parte del lavoro specifico che le donne sono tenute a realizzare gratuitamente. In effetti, le donne non sono pagate meglio degli uomini quando devono passare dei minuti supplementari a “prepararsi” per “presentarsi” al lavoro, quando devono rispondere alle esigenze di un lavoro
emozionale che non è richiesto allo stesso modo agli uomini. In generale, le donne sono molto meno pagate.
Per ritornare al lavoro sessuale, quello che esso rivela è anche la produzione della mascolinità da parte dei clienti uomini. Come alcune femministe della “cura” hanno sottolineato, il lavoro sessuale è un lavoro di cura, che si situa nel quadro generale del lavoro della riproduzione sociale. Ciò significa che affinché gli uomini siano performanti al lavoro, nel lavoro della sfera pubblica considerato come produttivo e che è retribuito, essi possano contare sul lavoro gratuito e invisibile delle donne, o su quello delle professioniste della cura e dell’attenzione, che in generale sono altre donne. In questa maniera, la mascolinità forte e performante nella sfera pubblica, si rivela invece fragile, da consolare e da confortare attraverso il lavoro di attenzione e di cura, tra cui il lavoro sessuale.
I testi della scrittrice e prostituta Grisélidis Réal rivelano in gran parte questa “fragilità maschile” attraverso la sessualità. Un uomo che deve mantenere un ruolo sociale, tanto più se si tratta di una posizione di potere, non può permettersi che siano esposti eventuali comportamenti sessuali in contraddizione con quello che rappresenta. Essere penetrati sessualmente, farsi pisciare addosso, essere sottomessi, non essere considerati come performanti sessualmente, non riuscire a farselo diventare duro a comando, avere una sessualità che non permette di fare dei figli e quindi di essere produttivi e riconosciuti come padri. Tutte queste cose possono essere fatte con una lavoratrice
sessuale che garantisce di non giudicare. Inoltre, come abbiamo visto, la stigmatizzazione della puttana permette di impedire qualsiasi espressione da parte sua, o di invalidare la sua parola nel caso in cui quest’ultima non resti in silenzio.

Per concludere, e per dare delle prospettive più concrete su quello che noi viviamo attualmente, la penalizzazione dei clienti (n Francia il 13 aprile 2016 è entrata in vigore la legge che penalizza i clienti) non permette di rovesciare i rapporti di genere. Ci riporta invece all’ingiunzione ad una sessualità detta gratuita e naturale, senza renderci conto o negando la parte di lavoro che pesa ancora sul corpo delle donne. La stigmatizzazione non diminuisce – tutto il contrario! – perché siamo spinte alla vergogna e al pentimento attraverso un “percorso di uscita dalla prostituzione” che è l’unica possibilità per la nostra condizione. Nessuno strumento reale è messo in campo per permettere di migliorare le nostre condizioni economiche e per rifiutare lo sfruttamento del lavoro. Ci fanno capire solo che è preferibile farsi sfruttare altrove che nel lavoro sessuale. La penalizzazione ha ironicamente ridotto ancora di più il nostro potere, addirittura ha invertito il rapporto di forza in favore dei clienti, perché ci ha precarizzate esponendoci all’obbligo di accettare degli uomini o delle condizioni che prima potevamo rifiutare.

Per riappropriarci del potere sui nostri corpi, per lottare contro le violenze e lo sfruttamento, noi continuiamo a credere che un approccio sindacale sia più efficace degli interventi “polizieschi” e detentivi dello stato. Noi continuiamo a credere in un femminismo basato sull’autodeterminazione delle donne, che non vanifichi la loro parola né le infantilizzi. Noi crediamo anche che rendere visibile il lavoro delle donne è il miglior strumento per permettere e organizzare infine lo sciopero delle donne.

Link al testo originale: http://strass-syndicat.org/feminisme-pute/

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CAMPEGGIA TRANSFEMMINISTA QUEER DEL SOMMOVIMENTO NAZIOANALE – 22-27 agosto 2017

22- 27 AGOSTO 2017
Casa Galeone, Contrada Asola 2, Potenza Picena (Mc)

Programma

\\\ Martedì 22 Agosto \\\

>In serata: Assemblea iniziale
Questioni logistiche
Condivisione delle proposte fuori programma

\\\ Mercoledì 23 Agosto \\\

> h11 – Incontro “Asterischi”. Gruppo formato da persone trans MtF e FtM, Ft*, Mt*/persone non-binarie/genderqueer/in-questionamento/non-cis/***. Assemblaggio eterogeneo che condivide la voglia di confrontarsi su un piano intimo e personale e di mettere in gioco i vissuti. Al momento questo gruppo non ha nome si autodefinisce ironicamente “gruppo asterischi”. Chiunque fosse interessat* a partecipare è benvenut* purché si stia interrogando sul proprio genere su un piano intimo/vissuto e non puramente intellettuale.

> Ore 14.00-19.00: *** Strategie di resistenza al sistema delle frontiere, alle retoriche di sicurezza e decoro, all’omonazionalismo ***

I recenti decreti Minniti-Orlando inneggiano al decoro e ad una stretta repressiva e securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile a un ideale fittizio di normalità, produttività e docilità e di chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato, recluso nel cosiddetto sistema di accoglienza e infine espulso (o direttamente espulso oltre i confini europei). In questo modo, si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili.
Come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti e visibilità, mentre chi è permale, non è cittadin* e non ha il permesso di soggiorno è marginalizzabile ed espellibile.
In questa giornata ci prenderemo uno spazio per condividere strategie di resistenza e attraversamento delle città sempre più militarizzate e invivibili, per decostruire l’immagine buonista “dell’Italia che accoglie” e smascherare la complicità tra istituzioni politiche, religiose, potere economico e sistema di accoglienza.
Ci prenderemo uno spazio inoltre per provare a leggere le intersezioni che viviamo sui nostri corpi e nelle nostre vite, e il nostro privilegio, perché è fondamentale lavorare sul fatto che i movimenti transfemministi e queer in Italia sono attraversati soprattutto da persone bianche e europee.

Workshop:

– Transfemminismo e privilegio bianco. Decolonizzare le nostre lotte.
– Lettura critica del sistema di accoglienza – Istituzioni/complicità – Strategie di relazione
– Approfondimento e lettura critica dei Decreti Minniti-Orlando
– Pratiche di resistenza e attraversamento delle città del decoro

> Ore 20.00 – 23.00: Assemblea

\\\ giovedì 24 Agosto\\\

> Ore 14.00-19.00: *** Consultorie Transfemministe queer (1) ***

Come Sommovimento NazioAnale abbiamo attraversato la grande giornata di sciopero mondiale delle donne dell’8 marzo 2017 con lo sciopero dei/dai generi e abbiamo cercato di moltiplicare in ogni dove le consultorie queer – che in questi anni abbiamo costruito in varie città. Le amministrazioni comunali e le forze dell’ordine hanno sgomberato queste esperienze appena pochi giorni dopo, ma la forza dei processi e progetti attivati in quelle poche ore non è stata interrotta, ma solo rallentata. Per questo motivo, abbiamo scelto di dedicare le due giornate centrali di questa campeggia proprio al progetto delle consultorie, condividendo desideri e bisogni che ci spingono a voler costruire e diffondere il più possibile queste esperienze.
Le consultorie che abbiamo creato e che vogliamo far proliferare ovunque sono laboratori permanenti di decostruzione dei generi e delle sessualità a partire dall’incontro tra differenti soggettività, spazi di ripoliticizzazione della questione del genere, della sessualità, delle relazioni e del benessere, luoghi di costruzione di autorganizzazione e di resistenza ai dispositivi di controllo delle nostre vite e alla violenza. Luoghi s-confinati dove l’intersezione delle forme di discriminazione sulle nostre vite possa essere smascherata e combattuta insieme, come luoghi di costruzione di alleanze e di “safety”.

Workshop:

– Corpi, desideri, consenso: in seguito alla necessità emersa all’interno del Sommovimento di uno spazio/tempo in cui dedicarsi alla riflessione politica sul/col corpo per alternare i momenti di confronto verbale a quelli di scambio fisico, il workshop si propone di risignificare la questione della cura e della fiducia attraverso l’ascolto del corpo e la sperimentazione della sessualità in uno spazio transfemministaqueer costruito collettivamente come safe, cercando di capire i limiti, propri e dell’altr*, attraverso il consenso e l’espressione del desiderio. Portare corde, sex toys e oggetti erotici improvvisati, foulard.
– GPA
– De-genderizzare le pratiche sessuali, decentrarsi dalla genitalità, risignificare/sessualizzare in modo sovversivo le varie parti dei nostri corpi, scoprire nuovi modi di usarle: qualcosa da cui possiamo trarre godimento tutti/e/u e tette, e non solo le persone trans/non binarie/in questionamento…

>Ore 20.00 – 23.00 > Workshop in plenaria: Violenza nelle relazioni non etero

\\\ venerdì 25 Agosto \\\

*** Consultorie (2) ***

> Ore 14.00-19.00 Workshop:

– Precarietà: strumenti per leggerla e combatterla attraverso le consultorie
– Pratiche materiali nelle consultorie
– Autosomministrazione dell’ Autoinchiesta prodotta dalla consultoria transfemminista queer di Bologna

>Ore 20.00: Assemblea

\\\ Sabato 26 Agosto \\\

> Ore 14.00-19.00:

Fin dagli esordi del Sommovimento abbiamo analizzato criticamente i processi di valorizzazione capitalistica delle soggettività, e i meccanismi attraverso i quali il neoliberismo sfutta ed estrae profitto dalle vite queer/precarie all’interno dell’economia della promessa. Così come il lavoro riproduttivo delle donne – reso obbligatorio, gratuito e naturalizzato per le assegnate donne, come specifica forma di lavoro del genere femminile – era il cuore dell’accumulazione dell’economia fordista, la messa al lavoro dei generi (etero o queer) si è allargata a gay, lesbiche e trans attraverso il diversity management e l’inclusione differenziale nel ciclo di valorizzazione della vita di tutte le soggettività prima stigmatizzate ed escluse. I saperi, le forme di vita, di relazione, i generi che tanto faticosamente costruiamo con le nostre lotte e immaginazioni collettive, le stesse forme dell’attivismo sono continuamente riappropriate e immesse, dopo essere state desessualizzate e spoliticizzate, nel circuito culturale, sociale ed economico attraverso forme di pinkwashing da parte di movimenti neutri, associazioni mainstream e istituzioni. Un discorso a parte merita l’accademia con il suo ruolo ambiguo nell’espropriazione dei saperi e dell’attivismo.
Mentre noi, sotto il ricatto della precarietà e privat* di spazi di agibilità politica abbiamo sempre più difficoltà a riprodurre le nostre esperienze di autorganizzazione, il capitalismo rainbow (ci) rivende a caro prezzo il prodotto delle lotte transfemministe e queer sotto forma di merce, feticcio o riconoscimento normalizzante.
Come ci riappropriamo della ricchezza e del valore queer che produciamo? Come lo redistribuiamo attraverso forme di mutualismo a sostegno delle lotte per il reddito di autodeterminazione? Come ripensiamo le forme di sciopero dei generi e dai generi per renderlo permanente? Come costruiamo circuiti di produzione e circolazione autonoma di saperi transfemministi queer?

Workshop:

– Sostenibilità dell’attivismo e delle nostre esperienze di lotta
– Forme di sostenibilità collettiva delle nostre vite e autorganizzazione
– Altre intimità – Forme di sostenibilità “privata”
– Produzione autonoma di sapere transfemminista queer

> Ore 20.00 – 23.00: Assemblea

\\\ Domenica 27 agosto \\\

>Dalle 10.00
Plenaria conclusiva

—————————-INFO LOGISTICHE———————————–
La campeggia si terrà a Casa Galeone, contrada Asola 2, Potenza Picena (MC).

Anche se non saranno tra i focus di questa campeggia l’ANTIRAZZISMO, l’ANTIFASCISMO, l’ANTISESSISMO, l’ANTISPECISMO sono forme teoriche e di attivismo che la attraversano e su cui singolarità, collettivi e il sommovimento stesso si sono per diversi aspetti impegnate. I contributi e le soggettività che si rifanno a questi posizionamenti sono benvenute.
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La RESPONSABILITA’ del buon andamento della campeggia sul piano dell’organizzazione, del lavoro riproduttivo (cucina, pulizie), delle relazioni e della discussione politica è di tutt* e di ciascun*.
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Se volete proporre un’attività durante la campeggia, potete scrivere a campeggia@anche.no con oggetto PROPOSTE CAMPEGGIA, specificando di che tipo di attività si tratta, quanto dura, di che materiale c’è bisogno, e qual è il contenuto dell’attività proposta.
Tutte le attività proposte saranno discusse durante l’assemblea di apertura, martedì 22 agosto, in maniera tale che l’intera assemblea decida rispetto alla realizzazione o meno della discussione/workshop.
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Froce Terrone Indecorose e Incazzatu…sui fatti del Pride a Bari

Pubblichiamo il comunicato di un gruppo di compagnu Transfemministe queer di Bari sugli episodi di violenza, machismo, sessismo e omolesbotransfobia agiti da sedicenti “compagni” durante il Pride a Bari e nella festa subito dopo.

A seguire anche il comunicato del Laboratorio Smaschieramenti e della Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli perchè a Bari c’eravamo tutt@, chi fisicamente, chi col cuore, chi nell’investimento politico.

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SAVE THE DATE: CAMPEGGIA TFQ 2017

CAMPEGGIA TRANSFEMMINISTA QUEER DEL SOMMOVIMENTO NAZIOANALE
22- 27 AGOSTO 2017

programma completo qui




————————————-INFO LOGISTICHE———————
La campeggia si terrà a Casa Galeone, contrada Asola 2, Potenza Picena (MC)

Approfondiremo:

*** Strategie di resistenza al sistema delle frontiere, alle retoriche di sicurezza e decoro, all’omonazionalismo ****** Consultorie Transfemministe queer ****** Precarietà***

Workshops

Privilegio e Decolonizzazione delle nostre lotte, Lettura critica del sistema di accoglienza – Istituzioni/complicità – Strategie di relazione, Approfondimento e lettura critica dei Decreti Minniti-Orlando, Pratiche di resistenza e attraversamento delle città del decoro, Corpi, desideri, consenso, GPA, Spazio Asterischi Non Binary, Violenza nelle relazioni non etero, Precarietà: strumenti per leggerla e combatterla attraverso le consultorie, Pratiche materiali nelle consultorie, Sostenibilità dell’attivismo e delle nostre esperienze di lotta, Forme di sostenibilità collettiva delle nostre vite e autorganizzazione, Altre intimità – Forme di sostenibilità “privata”, Produzione autonoma di sapere transfemminista queer…

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Gran fieston del Sommovimento NazioAnale

In occasione della 3 giorni del Sommovimento NazioAnale abbiamo deciso di fare festa tuttu insieme allo spazio delle Cagne Sciolte il 2 giugno e dissacrare la festa della repubblica italiana.

Al posto delle parate militari i nostri corpi strabordanti e goduriosi.

La serata servirà a finanziare l’organizzazione della Campeggia estiva di quest’anno.

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SCIOPERO! Comunicata delle transfemministe in sciopero dalla conferenza CIRQUE (L’Aquila, 31 marzo-2 aprile 2017)

Riceviamo & pubblichiamo dall* scioperanti della conferenza CIRQUE.

[Questo comunicato nasce come testo bilingue.  Versione bilingue/bilingual version here. Versione solo inglese/only-english version here.]

 

Siamo trans*, lesbiche, camioniste, ricchioni, femministe, persone trans-queer nere. Siamo ricercatrici senza stipendio o con stipendi intermittenti, attivist*, performer, traduttrici, professori a tempo indeterminato cui l’accademia neoliberale rende la vita impossibe perchè troppo critici, troppo emotiv*, troppo soggettiv* o troppo “di nicchia”. Proveniamo da contesti geografici e culturali diversi.

Sentiamo l’urgenza e il bisogno di condividere il racconto di come, all’interno di una conferenza accademica politicamente problematica come ce ne sono tante, ma forse un tantino peggio delle altre, ha preso corpo quella che per noi è stata una forma di SCIOPERO dal lavoro accademico precario, ma anche dal surplus di sfruttamento e alienazione che subiamo in quanto lavoratrici/-tori trans, lesbiche, froce, razializzate dell’industria accademica e della produzione culturale. Uno sciopero che vediamo in profonda connessione con lo sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo.
Di tentativi di depoliticizzazione e appropriazione del queer ne abbiamo visti e ne vediamo tanti. Bisogna dire però che quello portato avanti nella conferenza organizzata a L’Aquila dal CIRQUE (Centro Interuniversitario di Ricerca Queer) dal 31 marzo al 2 aprile scorsi si è distinto per la sfacciataggine, la pretesa di legittimità, la violenza e la particolare rozzezza dell’operazione.

Così l’ultimo giorno della conferenza, esasperat* e stanch*, abbiamo scioperato dai panel ufficiali nei quali eravamo attes* chi come speaker, chi come pubblico: abbiamo occupato un’aula, e ci siamo pres* il tempo e lo spazio fisico e simbolico per una sessione di discussione transfemminista autonoma e autogestita.

Uno spazio in cui discutere fra soggettività diverse ma unite dal mutuo riconoscimento e dalla pratica politica del posizionamento. Uno spazio per far avanzare il nostro pensiero e con esso le nostre lotte. Uno spazio in cui non essere sempre riportat* indietro dall’ignoranza del privilegio dei gruppi dominanti.

In questo modo, abbiamo scioperato dal lavoro pedagogico e di cura delle classi dominanti, quel lavoro non riconosciuto e non pagato che ci viene richiesto come dovuto ogni volta che subiamo violenza fuori e dentro l’università: ogni volta che ci si aspetta che spieghiamo con pazienza al povero etero pieno di buone intenzioni (o gay-cis bianco, o qualunque altra posizione di privilegio si dia nella specifica situazione) perché un certo comportamento ci offende ed è politicamente problematico; ogni volta che dobbiamo supplire all’ignoranza o soddisfare la curiosità delle persone “normali” come condizione per farci “accettare” – una situazione in cui la conferenza CIRQUE ci ha messo innumerevoli e insopportabili volte.

Abbiamo scioperato interrompendo l’estenuante lavoro di cura delle pubbliche relazioni che dovrebbe servire a farci avere un domani l’ennesimo contratto sottopagato (forse). Ci siamo pres* invece il tempo e lo spazio per prenderci cura collettivamente di noi e dei nostri bisogni (e ne avevamo bisogno, dopo tutto quello che avevamo dovuto subire!).

Ci siamo sottratt* al dovere di “farci vedere”, dando invece consistenza e visibilità a tutto il lavoro invisibile che in continuazione dobbiamo ri-produrre.

Abbiamo smesso di competere e sgomitare per ottenere il riconoscimento del nostro lavoro e ci siamo pres* uno spazio in cui scambiarci orizzontalmente riconoscimento e conoscenze basate sui nostri vissuti.

Questo spazio ce lo siamo preso e lo abbiamo difeso. Alcuni organizzatori della conferenza si sono presentati nella candida convinzione che anche quel tempo e quello spazio fossero destinati a interagire con loro; per loro era impossibile immaginare che lì, in quel momento, i privilegi potessero essere nominati, le relazioni di potere sfidate, la pedagogia interrotta, fino a farli sentire a disagio, fuori luogo, insopportabili, espulsi e farli uscire dalla stanza.

Chiediamo migliori condizioni per il lavoro produttivo, affettivo e di cura non riconosciuto che svolgiamo per l’accademia. Già dobbiamo combattere quotidianamente contro le molteplici forme di oppressione che subiamo nella società: non abbiamo più intenzione di doverci ritagliare faticosamente il nostro spazio e svolgere questo lavoro di pedagogia continua anche in un ambiente che si proclama ‘friendly’ e ‘progressista’, e che invece si rivela ostile e violento.

Il nostro sciopero è uno sciopero contro la violenza epistemologica, contro il lavoro gratuito di spiegazione di sé e di educazione delle classi dominanti che ci viene estorto, contro la precarietà, lo sfruttamento e l’oppressione imposta alle lavoratrici/lavoratori della conoscenza, contro il razzismo, l’islamofobia e il pinkwashing. Ma se scioperiamo contro queste cose è perché hanno delle conseguenze materiali sulle nostre vite di persone queer, trans, precarie ben oltre l’università.

Grazie alla solidarietà e alla creatività che ci hanno permesso di trasformare almeno in parte l’esasperazione, la rabbia e il dolore in un momento di resistenza, le nostre ferite stanno guarendo. Noi stiamo guarendo, ma perché chi ci ha ferito non sente il bisogno di mettersi in discussione e non viene messo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni? Noi non staremo zitt*.

Il pensiero queer (o frocio, lesbico, ricchione..) e trans dentro e fuori dall’accademia è radicato nelle vite froce, nasce dai movimenti, e deve essere a supporto delle nostre vite e delle nostre lotte.Non possono fermarci: resistiamo, scioperiamo, cospiriamo. Il patriarcato cis-sessista-abilista-capitalista-bianco-maschio-eterosessuale cadrà a pezzi e morirà e al suo posto sorgerà un meraviglioso mondo transfemminista queer.

***

Per saperne di più: alcune “perle” dalla conferenza cirque…
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STRIKE! A statement from the transfeminist strikers of the Cirque Conference (L’Aquila, March 31st-April 2nd, 2017)

riceviamo e pubblichiamo dalle Transfemministe in sciopero dalla Conferenza CIRQUE

[This statement was born as a bilingual text. Italian version here. Bilingual version here]

 

 

 

We are trans, lesbians, butches, femmes, queers, feminists, trans-queers of color. We are wageless scholars or with intermittent wages, activists, performers, translators, tenured professors whose lives are made miserable by neoliberal academia for being too critical, too emotional, too subjective or too “niche”. We come from and live in different geographical and cultural contexts.

We feel the need and the urge to share how, during a conference politically problematic as many others, but maybe a little bit worse than others, something emerged that we came to see as a form of STRIKE from precarious academic work, but also from the additional exploitation and alienation that we suffer as trans, queer, lesbian, racialized workers in the academic industrial complex and in the cultural production industrial complex. We see this STRIKE deeply connected to the 8th march women’s global strike. Continue reading

Posted in General | Commenti disabilitati su STRIKE! A statement from the transfeminist strikers of the Cirque Conference (L’Aquila, March 31st-April 2nd, 2017)

Sciopero! Strike! A statement from the transfeminist strikers of the CIRQUE conf (bilingual version)

Riceviamo & pubblichiamo da* scioperanti della conferenza CIRQUE

[Questo comunicato nasce come testo bilingue, ma per facilitare la lettura trovate la versione solo italiano qui e la versione solo inglese qui]

[this statement was born as a bilingual text but to make the reading easier we have a only-english version here and a only-italian version here]

Bilingual version:

Siamo trans*, lesbiche, camioniste, ricchioni, femministe, persone trans-queer nere. Siamo ricercatrici senza stipendio o con stipendi intermittenti, attivist*, performer, traduttrici, professori a tempo indeterminato cui l’accademia neoliberale rende la vita impossibe perchè troppo critici, troppo emotiv*, troppo soggettiv* o troppo “di nicchia”. Proveniamo da contesti geografici e culturali diversi.

We are trans, lesbians, butches, femmes, queers, feminists, trans-queers of color. We are wageless scholars or with intermittent wages, activists, performers, translators, tenured professors whose lives are made miserable by neoliberal academia for being too critical, too emotional, too subjective or too “niche”. We come from and live in different geographical and cultural contexts.

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Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi

La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite. Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.

L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso.
In particolare, con il decreto sulla sicurezza urbana viene messa a sistema la strategia di “pulizia” delle città e dei territori già fomentata dalle politiche di gentrificazione e di promozione di un decoro – concetto ormai caro tanto alle istituzioni quanto ai sedicenti cittadini per bene – che non può che passare per la rimozione in senso letterale e figurato di tutte quelle persone considerate indecenti, immorali, povere e socialmente pericolose.
Si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili. Questa tendenza si è resa evidente nel tempo: basti pensare alle proposte di zoning che molte amministrazioni comunali hanno tentato di implementare al fine di relegare il lavoro sessuale in zone periferiche della città lontano dall’attraversamento quotidiano delle persone, costringendo le/i sex workers a lavorare in condizioni di maggior invisibilità e rischio, dovuto anche alla presenza stile check-point delle forze dell’ordine deputate a tutelare la pubblica morale colpendo le/i sex worker e allontanandole dalle reti di solidarietà e sostegno; passando per l’ampio ventaglio di misure repressive a disposizione delle autorità pubbliche che vanno dai frequenti fogli di via al “daspo urbano” che il suddetto decreto appalta ai sindaci per ammonire coloro che attuano condotte considerate anti-sociali (accattonaggio, prostituzione esplicita, spaccio, imbrattamento etc.); fino ad arrivare al recente episodio di molestie e allontanamento di due ragazze lesbiche che si baciavano ad opera dei militari impiegati nella famigerata operazione “strade sicure” – operazione di cui non dimentichiamo faceva parte il miliare stupratore de L’Aquila – avvenuto a Napoli, città governata dall’illuminato sindaco De Magistris in un paese che si è fregiato del titolo di civiltà offerto dalle unioni civili approvate nel maggio 2016 e che poche settimane fa ha proceduto allo sgombero di migliaia di persone rom rinchiuse in un cie a cielo aperto nel totale silenzio mediatico.
Questa tendenza è ancor più evidente nel secondo decreto Minniti riguardante le misure di contrasto all’immigrazione irregolare. Già la denominazione ‘irregolare’ – in riferimento ai migranti cosiddetti economici – in contrapposizione ai migranti ‘regolarizzabili’, ossia coloro che risultano idonei ad accedere potenzialmente ai percorsi di accoglienza e protezione, è fuorviante: come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti, visibilità, mentre chi è permale è marginalizzabile e espellibile. Cioè è perbene chi si adatta al ruolo che la società ha ritagliato: se sei una donna devi essere in grado di provvedere al lavoro di cura e ai canoni morali che ci si aspetta. Se sei una migrante allo stesso modo devi anche soddisfare le aspettative riguardo l’integrabilità, la messa a valore -dalle migranti sfruttate nelle campagne, a quelle che assolvono al lavoro di cura nelle case, a le migranti costrette al lavoro ‘volontario’ gratuito nei percorsi della cosiddetta accoglienza -e il ruolo di vittima che ti è stato cucito addosso. Se sei una frocia devi essere rispettabile, ossia non appariscente, non eccentrica rispetto all’ideale eteronormato delle relazioni affettive e sessuali: frocia sì ma monogama e disposta ad unirsi civilmente. Non è un caso che il partito e la senatrice, Monica Cirinnà, che hanno spinto per l’approvazione delle unioni civili, siano gli stessi che hanno scritto e approvato i due decreti Minniti.
Non è un caso che nella stessa legislatura siano state approvate sia la legge Cirinnà, con il suo carico retorico riguardo la civiltà del nostro paese – in continua contrapposizione con i discorsi islamofobi e criminalizzanti sui migranti in arrivo – e i decreti sull’immigrazione e il decoro urbano, che insieme restituiscono un quadro chiaro di quali sono i requisiti per essere assimilati verso un ‘dentro’ o essere espulsi verso un ‘fuori’.
Questa retorica della civiltà e degli ‘italiani brava gente’ passa attraverso la legge sulle unioni civili per arrivare a blandire il discorso sull’accoglienza di chi è più debole e vittima. Tralasciando di approfondire qual è il ruolo dell’Europa nelle dinamiche migratorie (espropriazione, colonialismo, guerre, sfruttamento) ci inseriamo nel ruolo dei benefattori che accolgono i\le più bisognose. Mentre il decreto Minniti veniva convertito in legge, gli esponenti del governo erano in tv a ribadire quanto è bella l’accoglienza per chi ha diritto ma che gli altri devono stare fuori. Non è un caso che un decreto così repressivo e limitativo sulla possibilità di transitare o restare nel nostro paese sia stato fatto passare per un provvedimento che velocizza le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, quando nei fatti riduce le possibilità di richiedere asilo in Italia e nel contempo aumenta le misure repressive verso chi non ha i requisiti per richiederla. Bisogna evidenziare anche come il ruolo di chi lavora nel business dell’accoglienza si vada ancor più a esplicitare come un ruolo di controllo attraverso l’equiparazione degli operatori\operatrici a pubblici ufficiali. Questo ci chiama in prima persona a riflettere ed analizzare il nostro privilegio in quanto cittadine\i, e il nostro ruolo di potere quando ci rapportiamo a persone senza documenti. Occorre trovare i terreni di complicità e le lotte comuni ma anche riconoscere le differenze e i diversi posizionamenti tra le persone in base non solo al genere o all’orientamento sessuale ma anche in base all’accesso ai diritti, ai servizi, alla classe di appartenenza, e alla provenienza\razializzazione\status giuridico. Rifiutiamo la divisione tra migranti economici ‘cattivi’ e rifugiati ‘buoni’, senza però appiattire il soggetto migrante in un corpo unico che non tenga in considerazione le caratteristiche di cui sopra, la molteplicità di oppressioni che si intersecano, e i diversi bisogni e desideri di ognun*.

Il sistema delle frontiere, per come è strutturato attualmente, si configura come un sistema stratificato di livelli di oppressione che, a partire dai paesi di origine e transito dei flussi migratori, si articola fin dentro alle città e ai territori, imponendo continue violenze e coercizioni sui corpi delle donne migranti e delle soggettività queer che attraversano le frontiere. Gli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale che l’Italia e la UE intessono con i paesi terzi, creano delle zone di stasi e transito oltre il Mediterraneo, luoghi di violazione della libertà di movimento, esponendo tali soggetti – che ipocritamente vengono denominati dal diritto nostrano, europeo e internazionale come vulnerabili – a violenze, stupri e ricatti di ogni tipo. La denuncia che le istituzioni fanno a gran voce delle violenze perpetrate dai cosiddetti “smugglers” o trafficanti di esseri umani, sono uno specchietto per le allodole finalizzato a celare le violenze sistemiche che vengono agite prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio europeo sui corpi delle persone che migrano, con la piena connivenza dell’establishment politico. La seconda frontiera è quella esterna della UE, oramai completamente militarizzata tramite – ma non solo – la creazione degli hotspot, o punti di crisi, ovvero strutture di detenzione chiuse localizzate in Italia e Grecia dove vengono raccolte le persone appena arrivate ai fini dell’identificazione e della registrazione nelle banche dati europee e nazionali. Qui le esigenze di controllo e sicurezza – ormai una cantilena che fa parte del linguaggio politico dei più – si affermano in spregio di ogni retorica dei diritti umani: centinaia di persone vengono ammassate in strutture fatiscenti e costrette a sottoporsi al fotosegnalamento coatto. Il decreto minniti ha recentemente previsto la detenzione nei nuovi CPR per chiunque rifiuti tale procedura: è in questi luoghi che inizia la classificazione arbitraria tra chi è meritevole di protezione e chi viene bollato come migrante economico, spesso sulla base del paese di origine e con il supporto delle autorità consolari che illegittimamente vengono accolte nei porti per supportare le procedure di identificazione.
E’ questo sistema che causa l’aumento esponenziale delle richieste d’asilo: se l’unica alternativa alla deportazione è presentare domanda di protezione internazionale, appaiono quantomeno naif le lacrime di coccodrillo del ministero dell’interno e della giustizia sull’impossibilità di gestire un aumento esponenziale delle domande di asilo.
Chi riesce in qualche modo a rimanere in Italia – in quanto irregolare o in attesa del responso delle Commissione territoriali – non ha comunque vita facile, soprattutto se non conforme ai parametri cisnormativi. Per le/i richiedenti asilo infatti si apre la fase di colloquio in commissione territoriale: un terzo grado di fronte a figure istituzionali in cui la vita delle persone viene scandagliata e al richiedente spetta in toto l’onere della prova. Sei frocio? allora dimostrami quanto soffri nel tuo paese per questa cosa. Fammi entrare stile Grande Fratello nelle tue relazioni, nelle violenze che hai subìto. Fammi vedere il tesserino arcigay così forse una briciola di protezione te la concedo. Hai subito violenza nel tuo paese in quanto donna? In quanto vittima di tratta? Raccontami i particolari della tua esperienza, descrivimi le facce dei tuoi carnefici, raccontami come ti hanno fatto sentire quelle violenze. Ah ma sei stata stuprata una sola volta? Mmmmh, allora forse stai un pò esagerando, quasi quasi ti meriti una bella deportazione. Però se mi aiuti a trovare chi ti sfrutta, chi ti costringe a prostituirti, se mi fai il nome e mi mostri pure una foto può darsi che un permesso di soggiorno riesci a strapparlo.
Questo sistema è avvilente, degradante, una vittimizzazione secondaria in piena regola. Non viene lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione e all’autonarrazione delle persone: tutto viene etichettato, sottoposto a controllo e incasellato in categorie legittimate da una qualche legge italiana o europea. Ovviamente non tutte le violenze sono uguali: sono molteplici i casi di donne non italiane che si recano alla polizia per denunciare le violenze del proprio compagno e finiscono in un CIE/CPR perché senza documenti. In quel caso che fine fanno i proclami dello stato contro la violenza sulle donne? Di che donne parliamo? Di che violenza?
Per non parlare della detenzione nei CIE/CPR. Ha fatto scalpore la vicenda di Adriana, la donna trans con il permesso di soggiorno scaduto finita nei CPR di Brindisi e poi di Caltanissetta e isolata in sezioni speciali per “proteggerla” dalle violenze degli altri detenuti. Adriana è stata segnalata alle forze dell’ordine perché scambiata per una prostituta. Lo stigma della puttana ha colpito ancora. Controllata e trovata col permesso di soggiorno scaduto, è stata rinchiusa nel CIE, dove per non essere deportata è stata costretta a richiedere la protezione, nonostante viva in Italia da decenni, da quello stesso sistema che l’ha colpita in quanto trans. È lo Stato che crea la domanda e l’offerta di ‘protezione’ come lo fa per lo sfruttamento e l’ingresso e selezione di forza lavoro. C’è chi ha chiesto il suo trasferimento nel CIE di Ponte Galeria a Roma (l’unico ad avere una sezione femminile), chi ha chiesto l’istituzione di sezioni speciali. Quello che è sicuro ma che evidentemente va ribadito è che rifiutiamo di pensare che sia legittimo rinchiudere delle persone in gabbie per il solo fatto di aver attraversato un confine. Il sistema dei CPR e delle prigioni – dove le identità vengono negate, spezzate e disprezzate, ad esempio attraverso la negazione delle terapie ormonali o l’isolamento in celle container – non può essere umanizzato, riformato o migliorato. Va abolito e distrutto. Così come va abolito e distrutto qualsiasi sistema di controllo, infantilizzazione e vittimizzazione delle vite altrui, delle vite di quelle persone che vengono costrette a narrarsi nel modo in cui piace a chi detiene un privilegio ineludibile -ovvero il privilegio bianco – per poter rosicchiare il “diritto” di spostarsi, cambiare paese, inventarsi una nuova vita altrove. Cosa che noi cittadin* europe* facciamo in continuazione, ma lo chiamiamo cosmopolitismo.

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Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Quando parliamo di sessismo nei movimenti immediatamente il pensiero e la memoria corrono a i vari episodi che tutte e tuttu nella nostra vita ‘militante’ prima o poi ci siamo trovate a subire o a cui abbiamo assistito: macro e micro violenze quotidiane – fisiche, psicologiche o verbali – episodi più o meno evidenti ed eclatanti, aggressioni più o meno esplicite e ‘giustificate’.
Queste sono le prime cose che ci vengono in mente e che agiscono, tendenzialmente, a un livello individuale o comunque ristretto: una singola donna aggredita, alcune compagne sminuite e maltrattate, un ‘compagno che sbaglia’, un’assemblea dalle pratiche fastidiosamente machiste.
Ovviamente, tutte riconosciamo il portato strutturale di questi comportamenti e atteggiamenti: stiamo imparando a riconoscere la violenza anche quando la vediamo nei nostri spazi politici e ci stiamo dotando di pratiche per combatterla.
Ma c’è anche un altro aspetto del sessismo in ambito di movimento, se possibile ancora più subdolo e radicato, ossia l’attacco e la delegittimazione costante che i movimenti, le tematiche, le realtà femministe e transfemministe ricevono da chi dovrebbe essere nostro
alleato\a e complice.
Quante volte accade che le questioni di genere vengano relegate a questioni delle compagne?
Quanto spesso ci troviamo davanti a compagni/e – avuls* da qualsiasi percorso di genere – spiegarci com’è che si fa Politica con la P maiuscola?
Quante volte le pratiche nuove ed orizzontali che proviamo a costruire vengono continuamente riportate ad una prassi ortodossa del buon militante, preconfezionata da percorsi e movimenti dalle modalità machiste?
Quante volte la risoluzione dei conflitti all’interno del movimento riproduce le stesse pratiche violente, che vanno dall’invisibilizzazione allo scontro machisa tra gruppi?
Quanto spesso le soggettività femministe e transfemministe vengono schiacciate e sovradeterminate dalle logiche delle strutture organizzate, con conseguente appropriazione e strumentalizzazione delle nostre lotte?
Noi crediamo che questo avvenga talmente spesso che fatichiamo a rendercene conto, fino all’episodio dirompente che ci svela che il Re è stronzo…e a volte pure la Regina!
Crediamo fortemente nei percorsi non identitari, nei quali ci si metta in discussione e si arricchisca il proprio agire a partire da sé e dall’autocritica collettiva. Percorsi come Non Una Di Meno che ci costringono a confrontarci sulle nostre differenti visioni e a
riconoscere le oppressioni e i privilegi di ognun* per creare alleanze e reti.
Crediamo però che questi percorsi – femministi e transfemministi – non possano prescindere dalla de-machistizzazione delle nostre pratiche, dall’abbandono perpetuo delle modalità e delle logiche a cui siamo da sempre abituate\i. Crediamo nella centralità
di una lettura del reale femminista, transfemminista e intersezionale, che rifiuti pratiche di egemonizzazione e gerarchie delle lotte.
Non vogliamo essere un campo di battaglia per chi si rifiuta di partire da sé e vede gli spazi di movimento come un ring nel quale portare a casa il proprio ‘pezzetto’ di trofeo. Ci rifiutiamo di aderire a queste logiche, e questo è un punto politico importante. Crediamo che ognun* dovrebbe uscire da questi spazi trasformat*, pront* a cambiare idea, per crescere insieme e non con l’idea di dover far passare una propria linea preconfezionata e statica.
Ma non siamo figlie dei fiori, siamo anzi ben pronte al conflitto, dentro e fuori i nostri spazi, vogliamo contrastare chi pretende di appropriarsi superficialmente dell’etichetta di femminista, transfemminista, queer senza mai mettere in discussione la propria identità e i meccanismi con cui ci si replica e riproduce politicamente secondo uno schema eteronormato e machista. Crediamo che questi siano i parametri minimi per creare fiducia e complicità in un movimento femminista e transfemminista, per stringere alleanze, per essere complici e solidali. Siamo stanche di essere ancora delegittimate, manipolate e neutralizzate negli spazi di movimento, che troppo spesso ci considerano una mera quota rosa o frocia, e che quasi mai si lasciano contaminare dalle nostre pratiche e assumono le analisi di genere come fondanti del proprio discorso politico.
Crediamo che in questo momento sia fondamentale rafforzare le letture e le pratiche femministe e transfemministe e renderle attraversabili da chiunque. Dobbiamo creare spazi fisici, virtuali e mentali avulsi dalle logiche delle aree politiche predeterminate nei contenuti e nelle pratiche.
Dobbiamo autorganizzarci e rafforzare i processi di soggettivazione femminista e transfemminista, e non invece essere oggetto di teorizzazioni altrui. Le donne, le frocie, le compagne, le queer favolose non hanno bisogno dei maschi alfa che dettano la linea
politica sul mondo e sui percorsi di genere -occupando fisicamente e verbalmente i nostri spazi – senza mettere mai in discussione il proprio ruolo di potere nel mondo e negli spazi politici.
Come femministe e transfemministe non siamo un’identità o un’area monolitica e compatta, e ce lo rivendichiamo!
Questo non ci indebolisce ma potenzia le possibilità di connessione e intreccia le lotte che ognun* di noi porta avanti.
Anche noi dobbiamo continuare a praticare costantemente un’autocritica a partire dai ruoli che ci limitano, dal potere che ci tenta, e soprattutto dai nostri privilegi di persone bianche che hanno la possibilità di muoversi più o meno liberamente, che riescono più o
meno a fare i conti con la propria precarietà, cercando di ripensare i tempi e modi della militanza, creando spazi attraversabili e accoglienti che non siano escludenti anche dal punto di vista materiale per tutt* coloro che non hanno i nostri stessi privilegi.
Allo stesso modo non vogliamo essere schiacciate – come troppo spesso accade ai movimenti sociali – nelle logiche di asservimento al potere e alle istituzioni, alla logica del Padrino o del Santo Patrono, al meccanismo del favore e del compromesso o – al contrario – della dimostrazione di forza a tutti i costi, stabiliti da criteri eteromachisti e eteroparaculi.
Anche per tutto questo crediamo che spazi come le consultorie transfemministe queer possano essere luoghi – fisici e non – da cui ripartire, rafforzarsi e riconoscersi a vicenda.

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