CAMPEGGIA TRANSFEMMINISTA QUEER DEL SOMMOVIMENTO NAZIOANALE

22- 27 AGOSTO 2017
Casa Galeone, Contrada Asola 2, Potenza Picena (Mc)

Programma

\\\ Martedì 22 Agosto \\\

>In serata: Assemblea iniziale
Questioni logistiche
Condivisione delle proposte fuori programma

\\\ Mercoledì 23 Agosto \\\

> h11 – Incontro “Asterischi”. Gruppo formato da persone trans MtF e FtM, Ft*, Mt*/persone non-binarie/genderqueer/in-questionamento/non-cis/***. Assemblaggio eterogeneo che condivide la voglia di confrontarsi su un piano intimo e personale e di mettere in gioco i vissuti. Al momento questo gruppo non ha nome si autodefinisce ironicamente “gruppo asterischi”. Chiunque fosse interessat* a partecipare è benvenut* purché si stia interrogando sul proprio genere su un piano intimo/vissuto e non puramente intellettuale.

> Ore 14.00-19.00: *** Strategie di resistenza al sistema delle frontiere, alle retoriche di sicurezza e decoro, all’omonazionalismo ***

I recenti decreti Minniti-Orlando inneggiano al decoro e ad una stretta repressiva e securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile a un ideale fittizio di normalità, produttività e docilità e di chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato, recluso nel cosiddetto sistema di accoglienza e infine espulso (o direttamente espulso oltre i confini europei). In questo modo, si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili.
Come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti e visibilità, mentre chi è permale, non è cittadin* e non ha il permesso di soggiorno è marginalizzabile ed espellibile.
In questa giornata ci prenderemo uno spazio per condividere strategie di resistenza e attraversamento delle città sempre più militarizzate e invivibili, per decostruire l’immagine buonista “dell’Italia che accoglie” e smascherare la complicità tra istituzioni politiche, religiose, potere economico e sistema di accoglienza.
Ci prenderemo uno spazio inoltre per provare a leggere le intersezioni che viviamo sui nostri corpi e nelle nostre vite, e il nostro privilegio, perché è fondamentale lavorare sul fatto che i movimenti transfemministi e queer in Italia sono attraversati soprattutto da persone bianche e europee.

Workshop:

– Transfemminismo e privilegio bianco. Decolonizzare le nostre lotte.
– Lettura critica del sistema di accoglienza – Istituzioni/complicità – Strategie di relazione
– Approfondimento e lettura critica dei Decreti Minniti-Orlando
– Pratiche di resistenza e attraversamento delle città del decoro

> Ore 20.00 – 23.00: Assemblea

\\\ giovedì 24 Agosto\\\

> Ore 14.00-19.00: *** Consultorie Transfemministe queer (1) ***

Come Sommovimento NazioAnale abbiamo attraversato la grande giornata di sciopero mondiale delle donne dell’8 marzo 2017 con lo sciopero dei/dai generi e abbiamo cercato di moltiplicare in ogni dove le consultorie queer – che in questi anni abbiamo costruito in varie città. Le amministrazioni comunali e le forze dell’ordine hanno sgomberato queste esperienze appena pochi giorni dopo, ma la forza dei processi e progetti attivati in quelle poche ore non è stata interrotta, ma solo rallentata. Per questo motivo, abbiamo scelto di dedicare le due giornate centrali di questa campeggia proprio al progetto delle consultorie, condividendo desideri e bisogni che ci spingono a voler costruire e diffondere il più possibile queste esperienze.
Le consultorie che abbiamo creato e che vogliamo far proliferare ovunque sono laboratori permanenti di decostruzione dei generi e delle sessualità a partire dall’incontro tra differenti soggettività, spazi di ripoliticizzazione della questione del genere, della sessualità, delle relazioni e del benessere, luoghi di costruzione di autorganizzazione e di resistenza ai dispositivi di controllo delle nostre vite e alla violenza. Luoghi s-confinati dove l’intersezione delle forme di discriminazione sulle nostre vite possa essere smascherata e combattuta insieme, come luoghi di costruzione di alleanze e di “safety”.

Workshop:

– Corpi, desideri, consenso: in seguito alla necessità emersa all’interno del Sommovimento di uno spazio/tempo in cui dedicarsi alla riflessione politica sul/col corpo per alternare i momenti di confronto verbale a quelli di scambio fisico, il workshop si propone di risignificare la questione della cura e della fiducia attraverso l’ascolto del corpo e la sperimentazione della sessualità in uno spazio transfemministaqueer costruito collettivamente come safe, cercando di capire i limiti, propri e dell’altr*, attraverso il consenso e l’espressione del desiderio. Portare corde, sex toys e oggetti erotici improvvisati, foulard.
– GPA
– De-genderizzare le pratiche sessuali, decentrarsi dalla genitalità, risignificare/sessualizzare in modo sovversivo le varie parti dei nostri corpi, scoprire nuovi modi di usarle: qualcosa da cui possiamo trarre godimento tutti/e/u e tette, e non solo le persone trans/non binarie/in questionamento…

>Ore 20.00 – 23.00 > Workshop in plenaria: Violenza nelle relazioni non etero

\\\ venerdì 25 Agosto \\\

*** Consultorie (2) ***

> Ore 14.00-19.00 Workshop:

– Precarietà: strumenti per leggerla e combatterla attraverso le consultorie
– Pratiche materiali nelle consultorie
– Autosomministrazione dell’ Autoinchiesta prodotta dalla consultoria transfemminista queer di Bologna

>Ore 20.00: Assemblea

\\\ Sabato 26 Agosto \\\

> Ore 14.00-19.00:

Fin dagli esordi del Sommovimento abbiamo analizzato criticamente i processi di valorizzazione capitalistica delle soggettività, e i meccanismi attraverso i quali il neoliberismo sfutta ed estrae profitto dalle vite queer/precarie all’interno dell’economia della promessa. Così come il lavoro riproduttivo delle donne – reso obbligatorio, gratuito e naturalizzato per le assegnate donne, come specifica forma di lavoro del genere femminile – era il cuore dell’accumulazione dell’economia fordista, la messa al lavoro dei generi (etero o queer) si è allargata a gay, lesbiche e trans attraverso il diversity management e l’inclusione differenziale nel ciclo di valorizzazione della vita di tutte le soggettività prima stigmatizzate ed escluse. I saperi, le forme di vita, di relazione, i generi che tanto faticosamente costruiamo con le nostre lotte e immaginazioni collettive, le stesse forme dell’attivismo sono continuamente riappropriate e immesse, dopo essere state desessualizzate e spoliticizzate, nel circuito culturale, sociale ed economico attraverso forme di pinkwashing da parte di movimenti neutri, associazioni mainstream e istituzioni. Un discorso a parte merita l’accademia con il suo ruolo ambiguo nell’espropriazione dei saperi e dell’attivismo.
Mentre noi, sotto il ricatto della precarietà e privat* di spazi di agibilità politica abbiamo sempre più difficoltà a riprodurre le nostre esperienze di autorganizzazione, il capitalismo rainbow (ci) rivende a caro prezzo il prodotto delle lotte transfemministe e queer sotto forma di merce, feticcio o riconoscimento normalizzante.
Come ci riappropriamo della ricchezza e del valore queer che produciamo? Come lo redistribuiamo attraverso forme di mutualismo a sostegno delle lotte per il reddito di autodeterminazione? Come ripensiamo le forme di sciopero dei generi e dai generi per renderlo permanente? Come costruiamo circuiti di produzione e circolazione autonoma di saperi transfemministi queer?

Workshop:

– Sostenibilità dell’attivismo e delle nostre esperienze di lotta
– Forme di sostenibilità collettiva delle nostre vite e autorganizzazione
– Altre intimità – Forme di sostenibilità “privata”
– Produzione autonoma di sapere transfemminista queer

> Ore 20.00 – 23.00: Assemblea

\\\ Domenica 27 agosto \\\

>Dalle 10.00
Plenaria conclusiva

—————————-INFO LOGISTICHE———————————–
La campeggia si terrà a Casa Galeone, contrada Asola 2, Potenza Picena (MC).

Anche se non saranno tra i focus di questa campeggia l’ANTIRAZZISMO, l’ANTIFASCISMO, l’ANTISESSISMO, l’ANTISPECISMO sono forme teoriche e di attivismo che la attraversano e su cui singolarità, collettivi e il sommovimento stesso si sono per diversi aspetti impegnate. I contributi e le soggettività che si rifanno a questi posizionamenti sono benvenute.
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La RESPONSABILITA’ del buon andamento della campeggia sul piano dell’organizzazione, del lavoro riproduttivo (cucina, pulizie), delle relazioni e della discussione politica è di tutt* e di ciascun*.
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Se volete proporre un’attività durante la campeggia, potete scrivere a campeggia@anche.no con oggetto PROPOSTE CAMPEGGIA, specificando di che tipo di attività si tratta, quanto dura, di che materiale c’è bisogno, e qual è il contenuto dell’attività proposta.
Tutte le attività proposte saranno discusse durante l’assemblea di apertura, martedì 22 agosto, in maniera tale che l’intera assemblea decida rispetto alla realizzazione o meno della discussione/workshop.
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Froce Terrone Indecorose e Incazzatu…sui fatti del Pride a Bari

Pubblichiamo il comunicato di un gruppo di compagnu Transfemministe queer di Bari sugli episodi di violenza, machismo, sessismo e omolesbotransfobia agiti da sedicenti “compagni” durante il Pride a Bari e nella festa subito dopo.

A seguire anche il comunicato del Laboratorio Smaschieramenti e della Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona Napoli perchè a Bari c’eravamo tutt@, chi fisicamente, chi col cuore, chi nell’investimento politico.

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SAVE THE DATE: CAMPEGGIA TFQ 2017

CAMPEGGIA TRANSFEMMINISTA QUEER DEL SOMMOVIMENTO NAZIOANALE
22- 27 AGOSTO 2017

programma completo qui




————————————-INFO LOGISTICHE———————
La campeggia si terrà a Casa Galeone, contrada Asola 2, Potenza Picena (MC)

Approfondiremo:

*** Strategie di resistenza al sistema delle frontiere, alle retoriche di sicurezza e decoro, all’omonazionalismo ****** Consultorie Transfemministe queer ****** Precarietà***

Workshops

Privilegio e Decolonizzazione delle nostre lotte, Lettura critica del sistema di accoglienza – Istituzioni/complicità – Strategie di relazione, Approfondimento e lettura critica dei Decreti Minniti-Orlando, Pratiche di resistenza e attraversamento delle città del decoro, Corpi, desideri, consenso, GPA, Spazio Asterischi Non Binary, Violenza nelle relazioni non etero, Precarietà: strumenti per leggerla e combatterla attraverso le consultorie, Pratiche materiali nelle consultorie, Sostenibilità dell’attivismo e delle nostre esperienze di lotta, Forme di sostenibilità collettiva delle nostre vite e autorganizzazione, Altre intimità – Forme di sostenibilità “privata”, Produzione autonoma di sapere transfemminista queer…

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Gran fieston del Sommovimento NazioAnale

In occasione della 3 giorni del Sommovimento NazioAnale abbiamo deciso di fare festa tuttu insieme allo spazio delle Cagne Sciolte il 2 giugno e dissacrare la festa della repubblica italiana.

Al posto delle parate militari i nostri corpi strabordanti e goduriosi.

La serata servirà a finanziare l’organizzazione della Campeggia estiva di quest’anno.

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SCIOPERO! Comunicata delle transfemministe in sciopero dalla conferenza CIRQUE (L’Aquila, 31 marzo-2 aprile 2017)

Riceviamo & pubblichiamo dall* scioperanti della conferenza CIRQUE.

[Questo comunicato nasce come testo bilingue.  Versione bilingue/bilingual version here. Versione solo inglese/only-english version here.]

 

Siamo trans*, lesbiche, camioniste, ricchioni, femministe, persone trans-queer nere. Siamo ricercatrici senza stipendio o con stipendi intermittenti, attivist*, performer, traduttrici, professori a tempo indeterminato cui l’accademia neoliberale rende la vita impossibe perchè troppo critici, troppo emotiv*, troppo soggettiv* o troppo “di nicchia”. Proveniamo da contesti geografici e culturali diversi.

Sentiamo l’urgenza e il bisogno di condividere il racconto di come, all’interno di una conferenza accademica politicamente problematica come ce ne sono tante, ma forse un tantino peggio delle altre, ha preso corpo quella che per noi è stata una forma di SCIOPERO dal lavoro accademico precario, ma anche dal surplus di sfruttamento e alienazione che subiamo in quanto lavoratrici/-tori trans, lesbiche, froce, razializzate dell’industria accademica e della produzione culturale. Uno sciopero che vediamo in profonda connessione con lo sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo.
Di tentativi di depoliticizzazione e appropriazione del queer ne abbiamo visti e ne vediamo tanti. Bisogna dire però che quello portato avanti nella conferenza organizzata a L’Aquila dal CIRQUE (Centro Interuniversitario di Ricerca Queer) dal 31 marzo al 2 aprile scorsi si è distinto per la sfacciataggine, la pretesa di legittimità, la violenza e la particolare rozzezza dell’operazione.

Così l’ultimo giorno della conferenza, esasperat* e stanch*, abbiamo scioperato dai panel ufficiali nei quali eravamo attes* chi come speaker, chi come pubblico: abbiamo occupato un’aula, e ci siamo pres* il tempo e lo spazio fisico e simbolico per una sessione di discussione transfemminista autonoma e autogestita.

Uno spazio in cui discutere fra soggettività diverse ma unite dal mutuo riconoscimento e dalla pratica politica del posizionamento. Uno spazio per far avanzare il nostro pensiero e con esso le nostre lotte. Uno spazio in cui non essere sempre riportat* indietro dall’ignoranza del privilegio dei gruppi dominanti.

In questo modo, abbiamo scioperato dal lavoro pedagogico e di cura delle classi dominanti, quel lavoro non riconosciuto e non pagato che ci viene richiesto come dovuto ogni volta che subiamo violenza fuori e dentro l’università: ogni volta che ci si aspetta che spieghiamo con pazienza al povero etero pieno di buone intenzioni (o gay-cis bianco, o qualunque altra posizione di privilegio si dia nella specifica situazione) perché un certo comportamento ci offende ed è politicamente problematico; ogni volta che dobbiamo supplire all’ignoranza o soddisfare la curiosità delle persone “normali” come condizione per farci “accettare” – una situazione in cui la conferenza CIRQUE ci ha messo innumerevoli e insopportabili volte.

Abbiamo scioperato interrompendo l’estenuante lavoro di cura delle pubbliche relazioni che dovrebbe servire a farci avere un domani l’ennesimo contratto sottopagato (forse). Ci siamo pres* invece il tempo e lo spazio per prenderci cura collettivamente di noi e dei nostri bisogni (e ne avevamo bisogno, dopo tutto quello che avevamo dovuto subire!).

Ci siamo sottratt* al dovere di “farci vedere”, dando invece consistenza e visibilità a tutto il lavoro invisibile che in continuazione dobbiamo ri-produrre.

Abbiamo smesso di competere e sgomitare per ottenere il riconoscimento del nostro lavoro e ci siamo pres* uno spazio in cui scambiarci orizzontalmente riconoscimento e conoscenze basate sui nostri vissuti.

Questo spazio ce lo siamo preso e lo abbiamo difeso. Alcuni organizzatori della conferenza si sono presentati nella candida convinzione che anche quel tempo e quello spazio fossero destinati a interagire con loro; per loro era impossibile immaginare che lì, in quel momento, i privilegi potessero essere nominati, le relazioni di potere sfidate, la pedagogia interrotta, fino a farli sentire a disagio, fuori luogo, insopportabili, espulsi e farli uscire dalla stanza.

Chiediamo migliori condizioni per il lavoro produttivo, affettivo e di cura non riconosciuto che svolgiamo per l’accademia. Già dobbiamo combattere quotidianamente contro le molteplici forme di oppressione che subiamo nella società: non abbiamo più intenzione di doverci ritagliare faticosamente il nostro spazio e svolgere questo lavoro di pedagogia continua anche in un ambiente che si proclama ‘friendly’ e ‘progressista’, e che invece si rivela ostile e violento.

Il nostro sciopero è uno sciopero contro la violenza epistemologica, contro il lavoro gratuito di spiegazione di sé e di educazione delle classi dominanti che ci viene estorto, contro la precarietà, lo sfruttamento e l’oppressione imposta alle lavoratrici/lavoratori della conoscenza, contro il razzismo, l’islamofobia e il pinkwashing. Ma se scioperiamo contro queste cose è perché hanno delle conseguenze materiali sulle nostre vite di persone queer, trans, precarie ben oltre l’università.

Grazie alla solidarietà e alla creatività che ci hanno permesso di trasformare almeno in parte l’esasperazione, la rabbia e il dolore in un momento di resistenza, le nostre ferite stanno guarendo. Noi stiamo guarendo, ma perché chi ci ha ferito non sente il bisogno di mettersi in discussione e non viene messo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni? Noi non staremo zitt*.

Il pensiero queer (o frocio, lesbico, ricchione..) e trans dentro e fuori dall’accademia è radicato nelle vite froce, nasce dai movimenti, e deve essere a supporto delle nostre vite e delle nostre lotte.Non possono fermarci: resistiamo, scioperiamo, cospiriamo. Il patriarcato cis-sessista-abilista-capitalista-bianco-maschio-eterosessuale cadrà a pezzi e morirà e al suo posto sorgerà un meraviglioso mondo transfemminista queer.

***

Per saperne di più: alcune “perle” dalla conferenza cirque…
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STRIKE! A statement from the transfeminist strikers of the Cirque Conference (L’Aquila, March 31st-April 2nd, 2017)

riceviamo e pubblichiamo dalle Transfemministe in sciopero dalla Conferenza CIRQUE

[This statement was born as a bilingual text. Italian version here. Bilingual version here]

 

 

 

We are trans, lesbians, butches, femmes, queers, feminists, trans-queers of color. We are wageless scholars or with intermittent wages, activists, performers, translators, tenured professors whose lives are made miserable by neoliberal academia for being too critical, too emotional, too subjective or too “niche”. We come from and live in different geographical and cultural contexts.

We feel the need and the urge to share how, during a conference politically problematic as many others, but maybe a little bit worse than others, something emerged that we came to see as a form of STRIKE from precarious academic work, but also from the additional exploitation and alienation that we suffer as trans, queer, lesbian, racialized workers in the academic industrial complex and in the cultural production industrial complex. We see this STRIKE deeply connected to the 8th march women’s global strike. Continue reading

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Sciopero! Strike! A statement from the transfeminist strikers of the CIRQUE conf (bilingual version)

Riceviamo & pubblichiamo da* scioperanti della conferenza CIRQUE

[Questo comunicato nasce come testo bilingue, ma per facilitare la lettura trovate la versione solo italiano qui e la versione solo inglese qui]

[this statement was born as a bilingual text but to make the reading easier we have a only-english version here and a only-italian version here]

Bilingual version:

Siamo trans*, lesbiche, camioniste, ricchioni, femministe, persone trans-queer nere. Siamo ricercatrici senza stipendio o con stipendi intermittenti, attivist*, performer, traduttrici, professori a tempo indeterminato cui l’accademia neoliberale rende la vita impossibe perchè troppo critici, troppo emotiv*, troppo soggettiv* o troppo “di nicchia”. Proveniamo da contesti geografici e culturali diversi.

We are trans, lesbians, butches, femmes, queers, feminists, trans-queers of color. We are wageless scholars or with intermittent wages, activists, performers, translators, tenured professors whose lives are made miserable by neoliberal academia for being too critical, too emotional, too subjective or too “niche”. We come from and live in different geographical and cultural contexts.

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Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi

La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite. Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.

L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso.
In particolare, con il decreto sulla sicurezza urbana viene messa a sistema la strategia di “pulizia” delle città e dei territori già fomentata dalle politiche di gentrificazione e di promozione di un decoro – concetto ormai caro tanto alle istituzioni quanto ai sedicenti cittadini per bene – che non può che passare per la rimozione in senso letterale e figurato di tutte quelle persone considerate indecenti, immorali, povere e socialmente pericolose.
Si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili. Questa tendenza si è resa evidente nel tempo: basti pensare alle proposte di zoning che molte amministrazioni comunali hanno tentato di implementare al fine di relegare il lavoro sessuale in zone periferiche della città lontano dall’attraversamento quotidiano delle persone, costringendo le/i sex workers a lavorare in condizioni di maggior invisibilità e rischio, dovuto anche alla presenza stile check-point delle forze dell’ordine deputate a tutelare la pubblica morale colpendo le/i sex worker e allontanandole dalle reti di solidarietà e sostegno; passando per l’ampio ventaglio di misure repressive a disposizione delle autorità pubbliche che vanno dai frequenti fogli di via al “daspo urbano” che il suddetto decreto appalta ai sindaci per ammonire coloro che attuano condotte considerate anti-sociali (accattonaggio, prostituzione esplicita, spaccio, imbrattamento etc.); fino ad arrivare al recente episodio di molestie e allontanamento di due ragazze lesbiche che si baciavano ad opera dei militari impiegati nella famigerata operazione “strade sicure” – operazione di cui non dimentichiamo faceva parte il miliare stupratore de L’Aquila – avvenuto a Napoli, città governata dall’illuminato sindaco De Magistris in un paese che si è fregiato del titolo di civiltà offerto dalle unioni civili approvate nel maggio 2016 e che poche settimane fa ha proceduto allo sgombero di migliaia di persone rom rinchiuse in un cie a cielo aperto nel totale silenzio mediatico.
Questa tendenza è ancor più evidente nel secondo decreto Minniti riguardante le misure di contrasto all’immigrazione irregolare. Già la denominazione ‘irregolare’ – in riferimento ai migranti cosiddetti economici – in contrapposizione ai migranti ‘regolarizzabili’, ossia coloro che risultano idonei ad accedere potenzialmente ai percorsi di accoglienza e protezione, è fuorviante: come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti, visibilità, mentre chi è permale è marginalizzabile e espellibile. Cioè è perbene chi si adatta al ruolo che la società ha ritagliato: se sei una donna devi essere in grado di provvedere al lavoro di cura e ai canoni morali che ci si aspetta. Se sei una migrante allo stesso modo devi anche soddisfare le aspettative riguardo l’integrabilità, la messa a valore -dalle migranti sfruttate nelle campagne, a quelle che assolvono al lavoro di cura nelle case, a le migranti costrette al lavoro ‘volontario’ gratuito nei percorsi della cosiddetta accoglienza -e il ruolo di vittima che ti è stato cucito addosso. Se sei una frocia devi essere rispettabile, ossia non appariscente, non eccentrica rispetto all’ideale eteronormato delle relazioni affettive e sessuali: frocia sì ma monogama e disposta ad unirsi civilmente. Non è un caso che il partito e la senatrice, Monica Cirinnà, che hanno spinto per l’approvazione delle unioni civili, siano gli stessi che hanno scritto e approvato i due decreti Minniti.
Non è un caso che nella stessa legislatura siano state approvate sia la legge Cirinnà, con il suo carico retorico riguardo la civiltà del nostro paese – in continua contrapposizione con i discorsi islamofobi e criminalizzanti sui migranti in arrivo – e i decreti sull’immigrazione e il decoro urbano, che insieme restituiscono un quadro chiaro di quali sono i requisiti per essere assimilati verso un ‘dentro’ o essere espulsi verso un ‘fuori’.
Questa retorica della civiltà e degli ‘italiani brava gente’ passa attraverso la legge sulle unioni civili per arrivare a blandire il discorso sull’accoglienza di chi è più debole e vittima. Tralasciando di approfondire qual è il ruolo dell’Europa nelle dinamiche migratorie (espropriazione, colonialismo, guerre, sfruttamento) ci inseriamo nel ruolo dei benefattori che accolgono i\le più bisognose. Mentre il decreto Minniti veniva convertito in legge, gli esponenti del governo erano in tv a ribadire quanto è bella l’accoglienza per chi ha diritto ma che gli altri devono stare fuori. Non è un caso che un decreto così repressivo e limitativo sulla possibilità di transitare o restare nel nostro paese sia stato fatto passare per un provvedimento che velocizza le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, quando nei fatti riduce le possibilità di richiedere asilo in Italia e nel contempo aumenta le misure repressive verso chi non ha i requisiti per richiederla. Bisogna evidenziare anche come il ruolo di chi lavora nel business dell’accoglienza si vada ancor più a esplicitare come un ruolo di controllo attraverso l’equiparazione degli operatori\operatrici a pubblici ufficiali. Questo ci chiama in prima persona a riflettere ed analizzare il nostro privilegio in quanto cittadine\i, e il nostro ruolo di potere quando ci rapportiamo a persone senza documenti. Occorre trovare i terreni di complicità e le lotte comuni ma anche riconoscere le differenze e i diversi posizionamenti tra le persone in base non solo al genere o all’orientamento sessuale ma anche in base all’accesso ai diritti, ai servizi, alla classe di appartenenza, e alla provenienza\razializzazione\status giuridico. Rifiutiamo la divisione tra migranti economici ‘cattivi’ e rifugiati ‘buoni’, senza però appiattire il soggetto migrante in un corpo unico che non tenga in considerazione le caratteristiche di cui sopra, la molteplicità di oppressioni che si intersecano, e i diversi bisogni e desideri di ognun*.

Il sistema delle frontiere, per come è strutturato attualmente, si configura come un sistema stratificato di livelli di oppressione che, a partire dai paesi di origine e transito dei flussi migratori, si articola fin dentro alle città e ai territori, imponendo continue violenze e coercizioni sui corpi delle donne migranti e delle soggettività queer che attraversano le frontiere. Gli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale che l’Italia e la UE intessono con i paesi terzi, creano delle zone di stasi e transito oltre il Mediterraneo, luoghi di violazione della libertà di movimento, esponendo tali soggetti – che ipocritamente vengono denominati dal diritto nostrano, europeo e internazionale come vulnerabili – a violenze, stupri e ricatti di ogni tipo. La denuncia che le istituzioni fanno a gran voce delle violenze perpetrate dai cosiddetti “smugglers” o trafficanti di esseri umani, sono uno specchietto per le allodole finalizzato a celare le violenze sistemiche che vengono agite prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio europeo sui corpi delle persone che migrano, con la piena connivenza dell’establishment politico. La seconda frontiera è quella esterna della UE, oramai completamente militarizzata tramite – ma non solo – la creazione degli hotspot, o punti di crisi, ovvero strutture di detenzione chiuse localizzate in Italia e Grecia dove vengono raccolte le persone appena arrivate ai fini dell’identificazione e della registrazione nelle banche dati europee e nazionali. Qui le esigenze di controllo e sicurezza – ormai una cantilena che fa parte del linguaggio politico dei più – si affermano in spregio di ogni retorica dei diritti umani: centinaia di persone vengono ammassate in strutture fatiscenti e costrette a sottoporsi al fotosegnalamento coatto. Il decreto minniti ha recentemente previsto la detenzione nei nuovi CPR per chiunque rifiuti tale procedura: è in questi luoghi che inizia la classificazione arbitraria tra chi è meritevole di protezione e chi viene bollato come migrante economico, spesso sulla base del paese di origine e con il supporto delle autorità consolari che illegittimamente vengono accolte nei porti per supportare le procedure di identificazione.
E’ questo sistema che causa l’aumento esponenziale delle richieste d’asilo: se l’unica alternativa alla deportazione è presentare domanda di protezione internazionale, appaiono quantomeno naif le lacrime di coccodrillo del ministero dell’interno e della giustizia sull’impossibilità di gestire un aumento esponenziale delle domande di asilo.
Chi riesce in qualche modo a rimanere in Italia – in quanto irregolare o in attesa del responso delle Commissione territoriali – non ha comunque vita facile, soprattutto se non conforme ai parametri cisnormativi. Per le/i richiedenti asilo infatti si apre la fase di colloquio in commissione territoriale: un terzo grado di fronte a figure istituzionali in cui la vita delle persone viene scandagliata e al richiedente spetta in toto l’onere della prova. Sei frocio? allora dimostrami quanto soffri nel tuo paese per questa cosa. Fammi entrare stile Grande Fratello nelle tue relazioni, nelle violenze che hai subìto. Fammi vedere il tesserino arcigay così forse una briciola di protezione te la concedo. Hai subito violenza nel tuo paese in quanto donna? In quanto vittima di tratta? Raccontami i particolari della tua esperienza, descrivimi le facce dei tuoi carnefici, raccontami come ti hanno fatto sentire quelle violenze. Ah ma sei stata stuprata una sola volta? Mmmmh, allora forse stai un pò esagerando, quasi quasi ti meriti una bella deportazione. Però se mi aiuti a trovare chi ti sfrutta, chi ti costringe a prostituirti, se mi fai il nome e mi mostri pure una foto può darsi che un permesso di soggiorno riesci a strapparlo.
Questo sistema è avvilente, degradante, una vittimizzazione secondaria in piena regola. Non viene lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione e all’autonarrazione delle persone: tutto viene etichettato, sottoposto a controllo e incasellato in categorie legittimate da una qualche legge italiana o europea. Ovviamente non tutte le violenze sono uguali: sono molteplici i casi di donne non italiane che si recano alla polizia per denunciare le violenze del proprio compagno e finiscono in un CIE/CPR perché senza documenti. In quel caso che fine fanno i proclami dello stato contro la violenza sulle donne? Di che donne parliamo? Di che violenza?
Per non parlare della detenzione nei CIE/CPR. Ha fatto scalpore la vicenda di Adriana, la donna trans con il permesso di soggiorno scaduto finita nei CPR di Brindisi e poi di Caltanissetta e isolata in sezioni speciali per “proteggerla” dalle violenze degli altri detenuti. Adriana è stata segnalata alle forze dell’ordine perché scambiata per una prostituta. Lo stigma della puttana ha colpito ancora. Controllata e trovata col permesso di soggiorno scaduto, è stata rinchiusa nel CIE, dove per non essere deportata è stata costretta a richiedere la protezione, nonostante viva in Italia da decenni, da quello stesso sistema che l’ha colpita in quanto trans. È lo Stato che crea la domanda e l’offerta di ‘protezione’ come lo fa per lo sfruttamento e l’ingresso e selezione di forza lavoro. C’è chi ha chiesto il suo trasferimento nel CIE di Ponte Galeria a Roma (l’unico ad avere una sezione femminile), chi ha chiesto l’istituzione di sezioni speciali. Quello che è sicuro ma che evidentemente va ribadito è che rifiutiamo di pensare che sia legittimo rinchiudere delle persone in gabbie per il solo fatto di aver attraversato un confine. Il sistema dei CPR e delle prigioni – dove le identità vengono negate, spezzate e disprezzate, ad esempio attraverso la negazione delle terapie ormonali o l’isolamento in celle container – non può essere umanizzato, riformato o migliorato. Va abolito e distrutto. Così come va abolito e distrutto qualsiasi sistema di controllo, infantilizzazione e vittimizzazione delle vite altrui, delle vite di quelle persone che vengono costrette a narrarsi nel modo in cui piace a chi detiene un privilegio ineludibile -ovvero il privilegio bianco – per poter rosicchiare il “diritto” di spostarsi, cambiare paese, inventarsi una nuova vita altrove. Cosa che noi cittadin* europe* facciamo in continuazione, ma lo chiamiamo cosmopolitismo.

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Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Quando parliamo di sessismo nei movimenti immediatamente il pensiero e la memoria corrono a i vari episodi che tutte e tuttu nella nostra vita ‘militante’ prima o poi ci siamo trovate a subire o a cui abbiamo assistito: macro e micro violenze quotidiane – fisiche, psicologiche o verbali – episodi più o meno evidenti ed eclatanti, aggressioni più o meno esplicite e ‘giustificate’.
Queste sono le prime cose che ci vengono in mente e che agiscono, tendenzialmente, a un livello individuale o comunque ristretto: una singola donna aggredita, alcune compagne sminuite e maltrattate, un ‘compagno che sbaglia’, un’assemblea dalle pratiche fastidiosamente machiste.
Ovviamente, tutte riconosciamo il portato strutturale di questi comportamenti e atteggiamenti: stiamo imparando a riconoscere la violenza anche quando la vediamo nei nostri spazi politici e ci stiamo dotando di pratiche per combatterla.
Ma c’è anche un altro aspetto del sessismo in ambito di movimento, se possibile ancora più subdolo e radicato, ossia l’attacco e la delegittimazione costante che i movimenti, le tematiche, le realtà femministe e transfemministe ricevono da chi dovrebbe essere nostro
alleato\a e complice.
Quante volte accade che le questioni di genere vengano relegate a questioni delle compagne?
Quanto spesso ci troviamo davanti a compagni/e – avuls* da qualsiasi percorso di genere – spiegarci com’è che si fa Politica con la P maiuscola?
Quante volte le pratiche nuove ed orizzontali che proviamo a costruire vengono continuamente riportate ad una prassi ortodossa del buon militante, preconfezionata da percorsi e movimenti dalle modalità machiste?
Quante volte la risoluzione dei conflitti all’interno del movimento riproduce le stesse pratiche violente, che vanno dall’invisibilizzazione allo scontro machisa tra gruppi?
Quanto spesso le soggettività femministe e transfemministe vengono schiacciate e sovradeterminate dalle logiche delle strutture organizzate, con conseguente appropriazione e strumentalizzazione delle nostre lotte?
Noi crediamo che questo avvenga talmente spesso che fatichiamo a rendercene conto, fino all’episodio dirompente che ci svela che il Re è stronzo…e a volte pure la Regina!
Crediamo fortemente nei percorsi non identitari, nei quali ci si metta in discussione e si arricchisca il proprio agire a partire da sé e dall’autocritica collettiva. Percorsi come Non Una Di Meno che ci costringono a confrontarci sulle nostre differenti visioni e a
riconoscere le oppressioni e i privilegi di ognun* per creare alleanze e reti.
Crediamo però che questi percorsi – femministi e transfemministi – non possano prescindere dalla de-machistizzazione delle nostre pratiche, dall’abbandono perpetuo delle modalità e delle logiche a cui siamo da sempre abituate\i. Crediamo nella centralità
di una lettura del reale femminista, transfemminista e intersezionale, che rifiuti pratiche di egemonizzazione e gerarchie delle lotte.
Non vogliamo essere un campo di battaglia per chi si rifiuta di partire da sé e vede gli spazi di movimento come un ring nel quale portare a casa il proprio ‘pezzetto’ di trofeo. Ci rifiutiamo di aderire a queste logiche, e questo è un punto politico importante. Crediamo che ognun* dovrebbe uscire da questi spazi trasformat*, pront* a cambiare idea, per crescere insieme e non con l’idea di dover far passare una propria linea preconfezionata e statica.
Ma non siamo figlie dei fiori, siamo anzi ben pronte al conflitto, dentro e fuori i nostri spazi, vogliamo contrastare chi pretende di appropriarsi superficialmente dell’etichetta di femminista, transfemminista, queer senza mai mettere in discussione la propria identità e i meccanismi con cui ci si replica e riproduce politicamente secondo uno schema eteronormato e machista. Crediamo che questi siano i parametri minimi per creare fiducia e complicità in un movimento femminista e transfemminista, per stringere alleanze, per essere complici e solidali. Siamo stanche di essere ancora delegittimate, manipolate e neutralizzate negli spazi di movimento, che troppo spesso ci considerano una mera quota rosa o frocia, e che quasi mai si lasciano contaminare dalle nostre pratiche e assumono le analisi di genere come fondanti del proprio discorso politico.
Crediamo che in questo momento sia fondamentale rafforzare le letture e le pratiche femministe e transfemministe e renderle attraversabili da chiunque. Dobbiamo creare spazi fisici, virtuali e mentali avulsi dalle logiche delle aree politiche predeterminate nei contenuti e nelle pratiche.
Dobbiamo autorganizzarci e rafforzare i processi di soggettivazione femminista e transfemminista, e non invece essere oggetto di teorizzazioni altrui. Le donne, le frocie, le compagne, le queer favolose non hanno bisogno dei maschi alfa che dettano la linea
politica sul mondo e sui percorsi di genere -occupando fisicamente e verbalmente i nostri spazi – senza mettere mai in discussione il proprio ruolo di potere nel mondo e negli spazi politici.
Come femministe e transfemministe non siamo un’identità o un’area monolitica e compatta, e ce lo rivendichiamo!
Questo non ci indebolisce ma potenzia le possibilità di connessione e intreccia le lotte che ognun* di noi porta avanti.
Anche noi dobbiamo continuare a praticare costantemente un’autocritica a partire dai ruoli che ci limitano, dal potere che ci tenta, e soprattutto dai nostri privilegi di persone bianche che hanno la possibilità di muoversi più o meno liberamente, che riescono più o
meno a fare i conti con la propria precarietà, cercando di ripensare i tempi e modi della militanza, creando spazi attraversabili e accoglienti che non siano escludenti anche dal punto di vista materiale per tutt* coloro che non hanno i nostri stessi privilegi.
Allo stesso modo non vogliamo essere schiacciate – come troppo spesso accade ai movimenti sociali – nelle logiche di asservimento al potere e alle istituzioni, alla logica del Padrino o del Santo Patrono, al meccanismo del favore e del compromesso o – al contrario – della dimostrazione di forza a tutti i costi, stabiliti da criteri eteromachisti e eteroparaculi.
Anche per tutto questo crediamo che spazi come le consultorie transfemministe queer possano essere luoghi – fisici e non – da cui ripartire, rafforzarsi e riconoscersi a vicenda.

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Non una insegnante di meno

Leggiamo sui giornali la storia di un’insegnante precaria messa alla gogna in quanto una sua foto sarebbe presente su un sito hard sotto uno pseudonimo che contiene la parola “trans”. Non sappiamo se la persona la cui foto appare su questo sito sia veramente la prof in questione. E francamente non crediamo sia rilevante: ci interessa invece denunciare la violenza contenuta nelle reazioni che questa foto ha provocato.

Gli articoli che sono comparsi sulla stampa e le parole dell’assessora all’istruzione della regione veneto Elena Donazzan sono carichi di un ributtante miscuglio di transfobia e trans-misoginia, di sessuofobia, di stigmatizzazione di ogni tipo di sessualità che non si celi pudicamente dentro la stanza da letto coniugale e di violenza contro chi svolge lavoro sessuale.

L’assessora chiede l’eliminazione dalle graduatorie di questa insegnante, e si è addirittura spinta ad affermare che le persone trans non possano insegnare o lavorare a contatto con i minori.

Esprimiamo la nostra solidarietà all’insegnante, e a tutte le donne che si siano trovate in situazioni simili. Rafforziamo la nostra determinazione nella lotta contro tutte le forme di violenza contro le donne, ma oggi in modo particolare contro la violenza fisica, verbale, economica e politica verso le donne trans, verso le lavoratrici del sesso, verso le donne che per qualunque ragione hanno proprie foto in qualche tipo di sito erotico.

Oltre a colpire una singola donna, questo episodio mira a intimidire tutte le donne e gli uomini trans e le persone di genere non binario, intimando loro di nascondere la loro storia e il loro corpo come una vergogna, e a spaventare, in generale, tutte le lavoratrici che, secondo la morale bigotta e sessista di gente come l’assessora Donazzan, avrebbero “qualcosa da nascondere”.

Sebbene la legge non sia mai stata il nostro riferimento per distinguere ciò che giusto e ciò che è sbagliato, ci troviamo costrette a ricordare che nè la pornografia nè la prostituzione fra adulti consenzienti sono reati per la legge italiana, anche se con stratagemmi amministrativi e discorsi stigmatizzanti si ottiene l’effetto di far credere che lo siano.

Elena Donazzan ha anche sostenuto che è scandaloso che gli insegnanti vengano assunti “solo sulla base di un titolo di studio”, senza verificare le loro “qualità morali”. La retorica della meritocrazia, che da tempo viene utilizzata per giustificare la precarizzazione sempre più spinta degli insegnanti della scuola pubblica, sconfina adesso nella polizia morale.

Fra “i giovani” che i moralisti vorrebbero proteggere da qualsiasi contatto con persone o argomenti trans ci sono di certo ragazzi e ragazze trans, dichiarat* o meno; di certo ci sono ragazzi e ragazze molto meno sessuofobi e sessisti degli adulti che pretendono di educarli e di “proteggerli”. Le dichiarazioni dell’assessora Donazzan e di tutti quelli e quelle che fanno discorsi simili offendono anche loro.

Non contate sul nostro silenzio, ma solo sulla nostra rabbia.

SomMovimento NazioAnale

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