Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi

La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite. Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.

L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso.
In particolare, con il decreto sulla sicurezza urbana viene messa a sistema la strategia di “pulizia” delle città e dei territori già fomentata dalle politiche di gentrificazione e di promozione di un decoro – concetto ormai caro tanto alle istituzioni quanto ai sedicenti cittadini per bene – che non può che passare per la rimozione in senso letterale e figurato di tutte quelle persone considerate indecenti, immorali, povere e socialmente pericolose.
Si va restringendo costantemente la platea dei soggetti socialmente accettabili. Questa tendenza si è resa evidente nel tempo: basti pensare alle proposte di zoning che molte amministrazioni comunali hanno tentato di implementare al fine di relegare il lavoro sessuale in zone periferiche della città lontano dall’attraversamento quotidiano delle persone, costringendo le/i sex workers a lavorare in condizioni di maggior invisibilità e rischio, dovuto anche alla presenza stile check-point delle forze dell’ordine deputate a tutelare la pubblica morale colpendo le/i sex worker e allontanandole dalle reti di solidarietà e sostegno; passando per l’ampio ventaglio di misure repressive a disposizione delle autorità pubbliche che vanno dai frequenti fogli di via al “daspo urbano” che il suddetto decreto appalta ai sindaci per ammonire coloro che attuano condotte considerate anti-sociali (accattonaggio, prostituzione esplicita, spaccio, imbrattamento etc.); fino ad arrivare al recente episodio di molestie e allontanamento di due ragazze lesbiche che si baciavano ad opera dei militari impiegati nella famigerata operazione “strade sicure” – operazione di cui non dimentichiamo faceva parte il miliare stupratore de L’Aquila – avvenuto a Napoli, città governata dall’illuminato sindaco De Magistris in un paese che si è fregiato del titolo di civiltà offerto dalle unioni civili approvate nel maggio 2016 e che poche settimane fa ha proceduto allo sgombero di migliaia di persone rom rinchiuse in un cie a cielo aperto nel totale silenzio mediatico.
Questa tendenza è ancor più evidente nel secondo decreto Minniti riguardante le misure di contrasto all’immigrazione irregolare. Già la denominazione ‘irregolare’ – in riferimento ai migranti cosiddetti economici – in contrapposizione ai migranti ‘regolarizzabili’, ossia coloro che risultano idonei ad accedere potenzialmente ai percorsi di accoglienza e protezione, è fuorviante: come donne, lesbiche, frocie da sempre siamo abituate ad essere categorizzate in base alle nostre identità tra ‘perbene’ e ‘permale’, ove chi è ritenuta perbene è degna di diritti, visibilità, mentre chi è permale è marginalizzabile e espellibile. Cioè è perbene chi si adatta al ruolo che la società ha ritagliato: se sei una donna devi essere in grado di provvedere al lavoro di cura e ai canoni morali che ci si aspetta. Se sei una migrante allo stesso modo devi anche soddisfare le aspettative riguardo l’integrabilità, la messa a valore -dalle migranti sfruttate nelle campagne, a quelle che assolvono al lavoro di cura nelle case, a le migranti costrette al lavoro ‘volontario’ gratuito nei percorsi della cosiddetta accoglienza -e il ruolo di vittima che ti è stato cucito addosso. Se sei una frocia devi essere rispettabile, ossia non appariscente, non eccentrica rispetto all’ideale eteronormato delle relazioni affettive e sessuali: frocia sì ma monogama e disposta ad unirsi civilmente. Non è un caso che il partito e la senatrice, Monica Cirinnà, che hanno spinto per l’approvazione delle unioni civili, siano gli stessi che hanno scritto e approvato i due decreti Minniti.
Non è un caso che nella stessa legislatura siano state approvate sia la legge Cirinnà, con il suo carico retorico riguardo la civiltà del nostro paese – in continua contrapposizione con i discorsi islamofobi e criminalizzanti sui migranti in arrivo – e i decreti sull’immigrazione e il decoro urbano, che insieme restituiscono un quadro chiaro di quali sono i requisiti per essere assimilati verso un ‘dentro’ o essere espulsi verso un ‘fuori’.
Questa retorica della civiltà e degli ‘italiani brava gente’ passa attraverso la legge sulle unioni civili per arrivare a blandire il discorso sull’accoglienza di chi è più debole e vittima. Tralasciando di approfondire qual è il ruolo dell’Europa nelle dinamiche migratorie (espropriazione, colonialismo, guerre, sfruttamento) ci inseriamo nel ruolo dei benefattori che accolgono i\le più bisognose. Mentre il decreto Minniti veniva convertito in legge, gli esponenti del governo erano in tv a ribadire quanto è bella l’accoglienza per chi ha diritto ma che gli altri devono stare fuori. Non è un caso che un decreto così repressivo e limitativo sulla possibilità di transitare o restare nel nostro paese sia stato fatto passare per un provvedimento che velocizza le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, quando nei fatti riduce le possibilità di richiedere asilo in Italia e nel contempo aumenta le misure repressive verso chi non ha i requisiti per richiederla. Bisogna evidenziare anche come il ruolo di chi lavora nel business dell’accoglienza si vada ancor più a esplicitare come un ruolo di controllo attraverso l’equiparazione degli operatori\operatrici a pubblici ufficiali. Questo ci chiama in prima persona a riflettere ed analizzare il nostro privilegio in quanto cittadine\i, e il nostro ruolo di potere quando ci rapportiamo a persone senza documenti. Occorre trovare i terreni di complicità e le lotte comuni ma anche riconoscere le differenze e i diversi posizionamenti tra le persone in base non solo al genere o all’orientamento sessuale ma anche in base all’accesso ai diritti, ai servizi, alla classe di appartenenza, e alla provenienza\razializzazione\status giuridico. Rifiutiamo la divisione tra migranti economici ‘cattivi’ e rifugiati ‘buoni’, senza però appiattire il soggetto migrante in un corpo unico che non tenga in considerazione le caratteristiche di cui sopra, la molteplicità di oppressioni che si intersecano, e i diversi bisogni e desideri di ognun*.

Il sistema delle frontiere, per come è strutturato attualmente, si configura come un sistema stratificato di livelli di oppressione che, a partire dai paesi di origine e transito dei flussi migratori, si articola fin dentro alle città e ai territori, imponendo continue violenze e coercizioni sui corpi delle donne migranti e delle soggettività queer che attraversano le frontiere. Gli accordi di cooperazione bilaterale e multilaterale che l’Italia e la UE intessono con i paesi terzi, creano delle zone di stasi e transito oltre il Mediterraneo, luoghi di violazione della libertà di movimento, esponendo tali soggetti – che ipocritamente vengono denominati dal diritto nostrano, europeo e internazionale come vulnerabili – a violenze, stupri e ricatti di ogni tipo. La denuncia che le istituzioni fanno a gran voce delle violenze perpetrate dai cosiddetti “smugglers” o trafficanti di esseri umani, sono uno specchietto per le allodole finalizzato a celare le violenze sistemiche che vengono agite prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio europeo sui corpi delle persone che migrano, con la piena connivenza dell’establishment politico. La seconda frontiera è quella esterna della UE, oramai completamente militarizzata tramite – ma non solo – la creazione degli hotspot, o punti di crisi, ovvero strutture di detenzione chiuse localizzate in Italia e Grecia dove vengono raccolte le persone appena arrivate ai fini dell’identificazione e della registrazione nelle banche dati europee e nazionali. Qui le esigenze di controllo e sicurezza – ormai una cantilena che fa parte del linguaggio politico dei più – si affermano in spregio di ogni retorica dei diritti umani: centinaia di persone vengono ammassate in strutture fatiscenti e costrette a sottoporsi al fotosegnalamento coatto. Il decreto minniti ha recentemente previsto la detenzione nei nuovi CPR per chiunque rifiuti tale procedura: è in questi luoghi che inizia la classificazione arbitraria tra chi è meritevole di protezione e chi viene bollato come migrante economico, spesso sulla base del paese di origine e con il supporto delle autorità consolari che illegittimamente vengono accolte nei porti per supportare le procedure di identificazione.
E’ questo sistema che causa l’aumento esponenziale delle richieste d’asilo: se l’unica alternativa alla deportazione è presentare domanda di protezione internazionale, appaiono quantomeno naif le lacrime di coccodrillo del ministero dell’interno e della giustizia sull’impossibilità di gestire un aumento esponenziale delle domande di asilo.
Chi riesce in qualche modo a rimanere in Italia – in quanto irregolare o in attesa del responso delle Commissione territoriali – non ha comunque vita facile, soprattutto se non conforme ai parametri cisnormativi. Per le/i richiedenti asilo infatti si apre la fase di colloquio in commissione territoriale: un terzo grado di fronte a figure istituzionali in cui la vita delle persone viene scandagliata e al richiedente spetta in toto l’onere della prova. Sei frocio? allora dimostrami quanto soffri nel tuo paese per questa cosa. Fammi entrare stile Grande Fratello nelle tue relazioni, nelle violenze che hai subìto. Fammi vedere il tesserino arcigay così forse una briciola di protezione te la concedo. Hai subito violenza nel tuo paese in quanto donna? In quanto vittima di tratta? Raccontami i particolari della tua esperienza, descrivimi le facce dei tuoi carnefici, raccontami come ti hanno fatto sentire quelle violenze. Ah ma sei stata stuprata una sola volta? Mmmmh, allora forse stai un pò esagerando, quasi quasi ti meriti una bella deportazione. Però se mi aiuti a trovare chi ti sfrutta, chi ti costringe a prostituirti, se mi fai il nome e mi mostri pure una foto può darsi che un permesso di soggiorno riesci a strapparlo.
Questo sistema è avvilente, degradante, una vittimizzazione secondaria in piena regola. Non viene lasciato alcuno spazio all’autodeterminazione e all’autonarrazione delle persone: tutto viene etichettato, sottoposto a controllo e incasellato in categorie legittimate da una qualche legge italiana o europea. Ovviamente non tutte le violenze sono uguali: sono molteplici i casi di donne non italiane che si recano alla polizia per denunciare le violenze del proprio compagno e finiscono in un CIE/CPR perché senza documenti. In quel caso che fine fanno i proclami dello stato contro la violenza sulle donne? Di che donne parliamo? Di che violenza?
Per non parlare della detenzione nei CIE/CPR. Ha fatto scalpore la vicenda di Adriana, la donna trans con il permesso di soggiorno scaduto finita nei CPR di Brindisi e poi di Caltanissetta e isolata in sezioni speciali per “proteggerla” dalle violenze degli altri detenuti. Adriana è stata segnalata alle forze dell’ordine perché scambiata per una prostituta. Lo stigma della puttana ha colpito ancora. Controllata e trovata col permesso di soggiorno scaduto, è stata rinchiusa nel CIE, dove per non essere deportata è stata costretta a richiedere la protezione, nonostante viva in Italia da decenni, da quello stesso sistema che l’ha colpita in quanto trans. È lo Stato che crea la domanda e l’offerta di ‘protezione’ come lo fa per lo sfruttamento e l’ingresso e selezione di forza lavoro. C’è chi ha chiesto il suo trasferimento nel CIE di Ponte Galeria a Roma (l’unico ad avere una sezione femminile), chi ha chiesto l’istituzione di sezioni speciali. Quello che è sicuro ma che evidentemente va ribadito è che rifiutiamo di pensare che sia legittimo rinchiudere delle persone in gabbie per il solo fatto di aver attraversato un confine. Il sistema dei CPR e delle prigioni – dove le identità vengono negate, spezzate e disprezzate, ad esempio attraverso la negazione delle terapie ormonali o l’isolamento in celle container – non può essere umanizzato, riformato o migliorato. Va abolito e distrutto. Così come va abolito e distrutto qualsiasi sistema di controllo, infantilizzazione e vittimizzazione delle vite altrui, delle vite di quelle persone che vengono costrette a narrarsi nel modo in cui piace a chi detiene un privilegio ineludibile -ovvero il privilegio bianco – per poter rosicchiare il “diritto” di spostarsi, cambiare paese, inventarsi una nuova vita altrove. Cosa che noi cittadin* europe* facciamo in continuazione, ma lo chiamiamo cosmopolitismo.

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Del sessismo nei movimenti e autonomia transfemminista…ovvero il Re è stronzo!

Quando parliamo di sessismo nei movimenti immediatamente il pensiero e la memoria corrono a i vari episodi che tutte e tuttu nella nostra vita ‘militante’ prima o poi ci siamo trovate a subire o a cui abbiamo assistito: macro e micro violenze quotidiane – fisiche, psicologiche o verbali – episodi più o meno evidenti ed eclatanti, aggressioni più o meno esplicite e ‘giustificate’.
Queste sono le prime cose che ci vengono in mente e che agiscono, tendenzialmente, a un livello individuale o comunque ristretto: una singola donna aggredita, alcune compagne sminuite e maltrattate, un ‘compagno che sbaglia’, un’assemblea dalle pratiche fastidiosamente machiste.
Ovviamente, tutte riconosciamo il portato strutturale di questi comportamenti e atteggiamenti: stiamo imparando a riconoscere la violenza anche quando la vediamo nei nostri spazi politici e ci stiamo dotando di pratiche per combatterla.
Ma c’è anche un altro aspetto del sessismo in ambito di movimento, se possibile ancora più subdolo e radicato, ossia l’attacco e la delegittimazione costante che i movimenti, le tematiche, le realtà femministe e transfemministe ricevono da chi dovrebbe essere nostro
alleato\a e complice.
Quante volte accade che le questioni di genere vengano relegate a questioni delle compagne?
Quanto spesso ci troviamo davanti a compagni/e – avuls* da qualsiasi percorso di genere – spiegarci com’è che si fa Politica con la P maiuscola?
Quante volte le pratiche nuove ed orizzontali che proviamo a costruire vengono continuamente riportate ad una prassi ortodossa del buon militante, preconfezionata da percorsi e movimenti dalle modalità machiste?
Quante volte la risoluzione dei conflitti all’interno del movimento riproduce le stesse pratiche violente, che vanno dall’invisibilizzazione allo scontro machisa tra gruppi?
Quanto spesso le soggettività femministe e transfemministe vengono schiacciate e sovradeterminate dalle logiche delle strutture organizzate, con conseguente appropriazione e strumentalizzazione delle nostre lotte?
Noi crediamo che questo avvenga talmente spesso che fatichiamo a rendercene conto, fino all’episodio dirompente che ci svela che il Re è stronzo…e a volte pure la Regina!
Crediamo fortemente nei percorsi non identitari, nei quali ci si metta in discussione e si arricchisca il proprio agire a partire da sé e dall’autocritica collettiva. Percorsi come Non Una Di Meno che ci costringono a confrontarci sulle nostre differenti visioni e a
riconoscere le oppressioni e i privilegi di ognun* per creare alleanze e reti.
Crediamo però che questi percorsi – femministi e transfemministi – non possano prescindere dalla de-machistizzazione delle nostre pratiche, dall’abbandono perpetuo delle modalità e delle logiche a cui siamo da sempre abituate\i. Crediamo nella centralità
di una lettura del reale femminista, transfemminista e intersezionale, che rifiuti pratiche di egemonizzazione e gerarchie delle lotte.
Non vogliamo essere un campo di battaglia per chi si rifiuta di partire da sé e vede gli spazi di movimento come un ring nel quale portare a casa il proprio ‘pezzetto’ di trofeo. Ci rifiutiamo di aderire a queste logiche, e questo è un punto politico importante. Crediamo che ognun* dovrebbe uscire da questi spazi trasformat*, pront* a cambiare idea, per crescere insieme e non con l’idea di dover far passare una propria linea preconfezionata e statica.
Ma non siamo figlie dei fiori, siamo anzi ben pronte al conflitto, dentro e fuori i nostri spazi, vogliamo contrastare chi pretende di appropriarsi superficialmente dell’etichetta di femminista, transfemminista, queer senza mai mettere in discussione la propria identità e i meccanismi con cui ci si replica e riproduce politicamente secondo uno schema eteronormato e machista. Crediamo che questi siano i parametri minimi per creare fiducia e complicità in un movimento femminista e transfemminista, per stringere alleanze, per essere complici e solidali. Siamo stanche di essere ancora delegittimate, manipolate e neutralizzate negli spazi di movimento, che troppo spesso ci considerano una mera quota rosa o frocia, e che quasi mai si lasciano contaminare dalle nostre pratiche e assumono le analisi di genere come fondanti del proprio discorso politico.
Crediamo che in questo momento sia fondamentale rafforzare le letture e le pratiche femministe e transfemministe e renderle attraversabili da chiunque. Dobbiamo creare spazi fisici, virtuali e mentali avulsi dalle logiche delle aree politiche predeterminate nei contenuti e nelle pratiche.
Dobbiamo autorganizzarci e rafforzare i processi di soggettivazione femminista e transfemminista, e non invece essere oggetto di teorizzazioni altrui. Le donne, le frocie, le compagne, le queer favolose non hanno bisogno dei maschi alfa che dettano la linea
politica sul mondo e sui percorsi di genere -occupando fisicamente e verbalmente i nostri spazi – senza mettere mai in discussione il proprio ruolo di potere nel mondo e negli spazi politici.
Come femministe e transfemministe non siamo un’identità o un’area monolitica e compatta, e ce lo rivendichiamo!
Questo non ci indebolisce ma potenzia le possibilità di connessione e intreccia le lotte che ognun* di noi porta avanti.
Anche noi dobbiamo continuare a praticare costantemente un’autocritica a partire dai ruoli che ci limitano, dal potere che ci tenta, e soprattutto dai nostri privilegi di persone bianche che hanno la possibilità di muoversi più o meno liberamente, che riescono più o
meno a fare i conti con la propria precarietà, cercando di ripensare i tempi e modi della militanza, creando spazi attraversabili e accoglienti che non siano escludenti anche dal punto di vista materiale per tutt* coloro che non hanno i nostri stessi privilegi.
Allo stesso modo non vogliamo essere schiacciate – come troppo spesso accade ai movimenti sociali – nelle logiche di asservimento al potere e alle istituzioni, alla logica del Padrino o del Santo Patrono, al meccanismo del favore e del compromesso o – al contrario – della dimostrazione di forza a tutti i costi, stabiliti da criteri eteromachisti e eteroparaculi.
Anche per tutto questo crediamo che spazi come le consultorie transfemministe queer possano essere luoghi – fisici e non – da cui ripartire, rafforzarsi e riconoscersi a vicenda.

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Non una insegnante di meno

Leggiamo sui giornali la storia di un’insegnante precaria messa alla gogna in quanto una sua foto sarebbe presente su un sito hard sotto uno pseudonimo che contiene la parola “trans”. Non sappiamo se la persona la cui foto appare su questo sito sia veramente la prof in questione. E francamente non crediamo sia rilevante: ci interessa invece denunciare la violenza contenuta nelle reazioni che questa foto ha provocato.

Gli articoli che sono comparsi sulla stampa e le parole dell’assessora all’istruzione della regione veneto Elena Donazzan sono carichi di un ributtante miscuglio di transfobia e trans-misoginia, di sessuofobia, di stigmatizzazione di ogni tipo di sessualità che non si celi pudicamente dentro la stanza da letto coniugale e di violenza contro chi svolge lavoro sessuale.

L’assessora chiede l’eliminazione dalle graduatorie di questa insegnante, e si è addirittura spinta ad affermare che le persone trans non possano insegnare o lavorare a contatto con i minori.

Esprimiamo la nostra solidarietà all’insegnante, e a tutte le donne che si siano trovate in situazioni simili. Rafforziamo la nostra determinazione nella lotta contro tutte le forme di violenza contro le donne, ma oggi in modo particolare contro la violenza fisica, verbale, economica e politica verso le donne trans, verso le lavoratrici del sesso, verso le donne che per qualunque ragione hanno proprie foto in qualche tipo di sito erotico.

Oltre a colpire una singola donna, questo episodio mira a intimidire tutte le donne e gli uomini trans e le persone di genere non binario, intimando loro di nascondere la loro storia e il loro corpo come una vergogna, e a spaventare, in generale, tutte le lavoratrici che, secondo la morale bigotta e sessista di gente come l’assessora Donazzan, avrebbero “qualcosa da nascondere”.

Sebbene la legge non sia mai stata il nostro riferimento per distinguere ciò che giusto e ciò che è sbagliato, ci troviamo costrette a ricordare che nè la pornografia nè la prostituzione fra adulti consenzienti sono reati per la legge italiana, anche se con stratagemmi amministrativi e discorsi stigmatizzanti si ottiene l’effetto di far credere che lo siano.

Elena Donazzan ha anche sostenuto che è scandaloso che gli insegnanti vengano assunti “solo sulla base di un titolo di studio”, senza verificare le loro “qualità morali”. La retorica della meritocrazia, che da tempo viene utilizzata per giustificare la precarizzazione sempre più spinta degli insegnanti della scuola pubblica, sconfina adesso nella polizia morale.

Fra “i giovani” che i moralisti vorrebbero proteggere da qualsiasi contatto con persone o argomenti trans ci sono di certo ragazzi e ragazze trans, dichiarat* o meno; di certo ci sono ragazzi e ragazze molto meno sessuofobi e sessisti degli adulti che pretendono di educarli e di “proteggerli”. Le dichiarazioni dell’assessora Donazzan e di tutti quelli e quelle che fanno discorsi simili offendono anche loro.

Non contate sul nostro silenzio, ma solo sulla nostra rabbia.

SomMovimento NazioAnale

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8 MARZO Scioperiamo contro la gabbia dei generi!

8 MARZO

Scioperiamo contro la gabbia dei generi!

Il 26 novembre come favolosità transfemminista-lesbica-frocia ci siamo riversat* nella grande marea che ha inondato le strade di Roma al grido di “Non una di meno”.

Abbiamo scelto di rendere visibile la nostra rabbia e di prendere parola dentro la grande marea a partire dai nostri posizionamenti specifici, in quanto lesbiche, trans*, butch, froce, frociarole e favolosità varie. Non per relativizzare la violenza maschile contro le donne, né per aggiungere le nostre soggettività all’elenco delle “vittime” o peggio per sciogliere la denuncia della violenza di genere dentro un discorso qualunquista sulla violenza in genere. L’abbiamo fatto per rendere visibile la matrice comune della violenza che colpisce le donne e tutte quelle soggettività che si sottraggono alla norma che ci vorrebbe tutt* etero e cisgender (persone che percepiscono una concordanza tra il genere assegnato alla nascita e la propria identità di genere).

Crediamo infatti che per combattere la violenza maschile sia fondamentale decifrare la matrice comune del sistema di potere che opprime, in modi differenti ma convergenti, donne (cis e trans) e soggettività non etero e non cis e tutt* coloro che rifiutano di riprodurre la maschilità dominante.

Per fare questo è fondamentale smascherare i nessi tra eteronormatività, binarismo di sesso/genere e violenza maschile. Come abbiamo già detto nel contributo verso il 26 novembre questa violenza non è un fenomeno disfuzionale, ma un elemento strutturale di un sistema che ha alla sua radice l’eterosessualità obbligatoria e la cisnormatività.

Tale matrice produce un sistema rigidamente binario, nel quale ognun* si deve identificare nel genere assegnato alla nascita e adeguarsi al ruolo sociale per esso previsto. In questo sistema, maschile e femminile sono generi costruiti come opposti, complementari e rigidamente asimetrici: in tale sistema la femminilità – e tutt* coloro che vi si identificano o vi sono assegnat* più o meno forzatamente – deve rimanere inferiore, appropriabile, disponibile. In questo sistema, chi si rifiuta di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donna nonostante l’assegnazione alla nascita è esclus* o chiamat* a rientrare negli stessi schemi rigidi del sistema binario per accedere a briciole di diritti. Senza riconoscimento e assimilazione non sembra esservi accesso a una piena cittadinanza.

Per questo crediamo che la violenza maschile sia violenza di genere e che a sua volta la violenza di genere sia generata dalla violenza DEL genere e cioè dall’imperativo sociale di (ri)produrre generi normativi e binari a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria. Affermare questo non vuole dire annacquare il discorso sulla violenza maschile o perdere di vista le gerarchie e le relazioni di potere all’interno delle quali questo sistema ci posiziona in modo differenziale. Gli uomini cis e etero bianchi e cittadini non possono piangere, esprimere i propri sentimenti o amare i fiori, ma siamo noi – donne cis e trans, soggettività non etero e non cis – che rischiamo la vita in questa guerra che l’eteropatriarcato ci ha mosso. Al contrario, dire che la violenza di genere è prodotta dalla violenza del genere, significa alludere al fatto che non estirperemo per sempre la prima senza far saltare la seconda.

Come transfemministe queer non rifiutiamo affatto lo strumento del separatismo, ma anzi lo pratichiamo e ripensiamo, adattandolo alle complicità ed alleanze che troviamo nella lotta all’eteropatriarcato ed alla violenza di genere. Ci piacerebbe che per una volta le varie anime del femminismo si interrogassero non su chi è ammessa nel “noi donne” della pratica femminista, ma su chi è esclus* da quel “noi” quando questo è costruito intorno alla categoria di “donna cis bianca” e con quali conseguenze politiche: le donne trans*, a cui troppo spesso viene ancora negata piena appartenenza alla categoria “donna” anche da alcuni femminismi che non si fanno problemi a escluderci o a considerarci “non proprio donne”… o almeno “non donne quanto le “vere donne”; gli uomini trans*, che pur non essendo donne sono esposti a forme di sessismo e violenza patriarcale e che sono ammessi in certi spazi separatisti perché non riconosciuti nel proprio genere maschile, le persone trans* e non-binarie che non si identificano come donne (né come uomini), chi non si riconosce in nessun genere assegnato, chi sceglie di performarli entrambi a suo piacimento, chi reinterpreta maschilità e femminilità con l’obiettivo di confondere, sabotare, destabilizzare l’ordine sociale che si fonda in primis sull’appartenenza ad uno dei due generi imposti. Tutti coloro che si riconoscono nel genere maschile assegnato loro alla nascita, ma che lottano ogni giorno per costruire altre maschilità, non egemoniche, non violente, non patriarcali; tutt* coloro che scelgono di vivere una sessualità non eterosessuale o eteronormata, che costruiscono altre forme di intimità, con l’obiettivo di scardinare e minare le fondamenta della coppia monogamica e della famiglia eteropatriarcale.

Tutte queste soggettività, ovvero il “noi” del transfemminismo queer, e gli specifici sguardi e saperi sulla violenza di genere che nascono dai nostri posizionamenti, sono fondamentali nella lotta alla violenza maschile e al sessismo se non vogliamo dare di queste ultime una lettura etero/cis-normativa e binaria, che continuerà a mantenerne intatte le fondamenta e ci impedirà di autoroganizzarci e combattere per l’autodeterminazione di tutte, tutti e tuttu.

Siamo convinte che per sabotare il sistema che produce la violenza maschile bisogna deprogrammarne il codice binario e per far questo crediamo nell’importanza di costruire molteplici forme di infedeltà a tale sistema. Per questo siamo convinte che sia vitale moltiplicare le femminiltà degeneri, non etero o cis, queer, ribelli, insubordinate. Per questo siamo convinte che sia fondamentale continuare a costruire maschilità minoritarie non cis e non etero che non aspirino a elemosinare i dividendi del privilegio maschile ma a costruire forme di complicità transfemminista: altro che testa di ponte per portare il maschio alfa nel femminismo, noi siamo la bomba ad orologeria che farà saltare la maschilità egemonica!

Per questo crediamo che lo sciopero dei/dai generi sia un’arma potente. Pensiamo lo sciopero dai/dei generi come l’interruzione della (ri)produzione dell’ordine di genere – e dell’ordine sociale tout court – così come lo conosciamo. Lo pensiamo come il rifiuto di “fare il nostro lavoro” nella fabbrica dell’eteronorma. Lo pensiamo non come un invito a “smettere di essere donne” per chi si sente tale, ma come un’incitazione a incrociare le braccia di fronte all’imperativo sociale di riprodurre la femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamat* ad aderire, prestandosi gratuitamente, o pagate una miseria come le donne che lavorano come colf e badanti – nelle case così come sui luoghi del lavoro riconosciuto come tale. Il rifiuto di svolgere il lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente dell’eterosessualità e della maternità obbligatorie.

Lo pensiamo come un invito a fallire rispetto alle aspettative riservate a chi è letto come “uomo o aspirante tale”. Lo vediamo nel rifiuto di prestarsi a fare “la frocia creativa” che porta quel valore aggiunto all’azienda e media i conflitti e le tensioni o la lesbica su cui si può sempre contare in ufficio.

Infine, agli uomini cis e etero non chiediamo di scioperare dal loro genere: pretendiamo che si licenzino in tronco da ogni complicità col sessismo, che escano immediatamente dagli uffici rassicuranti della maschilità e li facciano saltare in aria prima che lo facciamo noi (con loro dentro). Pensiamo lo sciopero dei/dai generi come una strategia di attacco alle fondamenta della violenza maschile: per questo non può bastare un giorno, non può bastare la sottrazione.

L’otto marzo, per far strabordare lo sciopero dei/dai generi, ci piacerebbe moltiplicare in ogni dove le consultorie queer – che in questi anni abbiamo costruito in varie città. Le consultorie nascono dall’esempio storico dei consultori autogestiti che molte femministe hanno creato e attraversato 40 anni fa. Il rapimento istituzionale di questi spazi, fagocitati dalla logica del “servizio” alle donne e alle famiglie, ha portato in molti casi alla depoliticizzazione ed al depotenziamento di questi luoghi, ma non solo. Molti sono stati e vengono chiusi in seguito ai tagli al welfare e alla salute. La loro trasformazione in servizio per l’accesso a diritti riproduttivi, dalla maternità all’aborto, li ha resi vulnerabili alla penetrazione di movimenti per la vita e anti-abortisti creando alle donne e a tutt* i soggetti che li abitano non pochi problemi. Pensiamo le consultorie come momento di istituzione di un nuovo welfare dal basso, come infrastrutture autorganizzate che si riappropriano della riproduzione sociale delle soggettività. Pensiamo a spazi attraversabili gratuitamente e senza documenti, senza il bisogno di barrare M o F all’entrata, senza controllo dei visti o dei permessi di soggiorno. Luoghi s-confinati dove l’intersezione delle forme di discriminazione sulle nostre vite possa essere smascherata e combattuta insieme. Pensiamo a un luogo di alleanze e di “safety”. Le consultorie che abbiamo creato e che vogliamo far proliferare ovunque sono laboratori permanenti di decostruzione dei generi e delle sessualità a partire dall’incontro tra differenti soggettività, spazi di ripoliticizzazione della questione del genere, della sessualità, delle relazioni e del benessere, luoghi di costruzione di autorganizzazione e di resistenza ai dispositivi di controllo delle nostre vite e alla violenza.

Sogniamo di veder sorgere ovunque consultorie come spazi politici e/o fisici dai quali partire insieme per costruire forme di autorganizzazione contro la violenza maschile, l’egemonia bianca, il binarismo di genere e l’eterossessualità obbligatoria.

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Prossima assemblea del SomMovimento NazioAnale 14-15 gen a Roma

Durante la grande manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 26 novembre, che ha portato in piazza più di duecentomila persone, lesbiche gay e trans hanno reso esplicito che la lotta contro la violenza maschile, DI genere, non può che essere anche lotta contro la violenza DEL genere. Le soggettività transfemministe queer hanno affermato con forza, com-battendo nello spazio pubblico, che per sconfiggere la violenza maschile è assolutamente imprescindibile sovvertire i generi binari e normativi, visti come “naturali”, e l’eterosessualità obbligatoria che li regola e sostiene.

I tavoli di discussione del 27 hanno costruito un lessico politico condiviso, che fa tesoro del contributo portato dal posizionamento transfemminista queer e la sua critica alla naturalizzazione del maschile e del femminile e che si è arricchito della sua analisi della violenza maschile come violenza del genere. È infatti anche da questi assunti che si è partite per elaborare strategie di lotta contro la violenza della maschilità egemonica, verso e oltre lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017, prossima tappa che il percorso Nonunadimeno ha deciso di darsi.

L’assemblea del sommovimento, che convochiamo per il 14 e 15 gennaio prossimo, sarà dunque anche il luogo per fare il punto e per rilanciare una riflessione collettiva in vista dell’Assemblea Nazionale di Non Una Di Meno (4/5 Febbraio) e dello sciopero globale delle donne dell’8 marzo. In particolare vogliamo costruire insieme il contributo transfemminista queer da portare ai tavoli di discussione aperti in tutta Italia su autodeterminazione, salute, libertà di scelta, lavoro e welfare, educazione, immaginario/narrazione, per il piano femminista contro la violenza, e in linea con la nostra riflessione su genere e violenza, su come declinare e immaginare uno “sciopero dal genere”, che non sia solo astensione dal lavoro retribuito e dal lavoro domestico da parte delle assegnate-donne, ma sciopero dal lavoro incessante di riproduzione della femminilità e della maschilità normativa e dalle “funzioni di lavoro” incorporate e naturalizzate nel genere e che vengono continuamente messe a valore dall’etero-patriarcato neoliberista. E’ infatti nelle forme di cattura, disciplinamento e inclusione differenziale dei generi che si riproduce la violenza di e del genere, che continua a manifestarsi come violenza del maschile contro le donne e contro le soggettività transfemministe e queer.

Vogliamo continuare la riflessione iniziata alla campeggia sulla strumentalizzazione in chiave razzista di donne e froce, che ci interessa combattere non solo per solidarietà con le/i migranti ma perchè ci chiama in causa in prima persona: si tratta di un discorso contro i mussulmani, conto i/le migranti di tutti i “Sud”, ma in realtà anche contro le donne, le lesbiche, le froce, l* trans, perchè serve a scagionare la società bianca europea “libera e democratica” dalla violenza che esercita su di noi, a rappresentare la nostra relativa agibilità attuale come esito del “Progresso” e non delle nostre lotte, e comunque a rappresentarci come le vittime da proteggere.

Vogliamo continuare a costruire e moltiplicare le pratiche di autorganizzazione del movimento transfemminista queer e a sviluppare strategie comuni per combattere la violenza sessista ovunque si manifesti e rafforzare il nostro posizonamento nella relazione con il movimento e con gli spazi misti.

ORDINE DEL GIORNO:

Sabato 14 GENNAIO [DALLE 14 ALLE 19]
– questione pratiche (di piazza e non)
– transfemminismo
– come costruire spazi liberati da violenza/sessismo

Domenica 15 GENNAIO [DALLE 10 ALLE 17]
– Nonunadimeno, contributo transfemminista al piano femminista antiviolenza
– sciopero dell’8 marzo.
– come rompere la cortina del silenzio mediatico.

CI VEDIAMO allo Spazio delle Cagne Sciolte in Via Ostiense 137, Roma (Metro B – Garbatella)
SCRIVETECI: transfemminista@canaglie.org

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26N: Per uno spezzone transfemminista queer al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne

 *** Ci vediamo sabato 26 alle 14.00 in Piazza della Repubblica (davanti alla chiesa) sotto lo striscione “CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE, SOVVERTIAMO I GENERI OBBLIGATORI” *** Adesioni in aggiornamento in coda al testo ***

In moltissime parti del mondo – in Sud America, in Polonia, in Spagna – le donne stanno occupando le strade: femministe, trans*, sex workers, soggettività lgbtqi, tutt* insieme con i propri corpi e le proprie rivendicazioni, incrociano le braccia per dire basta ai femminicidi e alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione. Il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, si scenderà in piazza a Roma con un grande corteo nazionale al grido di “Non una di meno”vogliamo esserci come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità.

La violenza maschile contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata. Allo stesso tempo, la nostra esperienza della violenza di genere mette in evidenza i nessi tra violenza maschile, eteronormatività e imposizione del binarismo di sesso-genere.
Come transfemministe queer siamo costantemente in lotta per costruire un mondo libero dalla violenza di genere, la cui enormità è davanti ai nostri occhi ogni giorno con un vero e proprio bollettino di guerra. Ma la violenza non è solo quella rappresentata mediaticamente, non è un elemento disfunzionale rispetto ai presunti normali rapporti tra uomini e donne, non è l’eccezione nel mondo etero-cis-patriarcale, ma è un fenomeno sistemico e strutturale. Al cuore di questa violenza ci sono l’eteronormatività e l’eterosessualità obbligatoria che producono un sistema di generi rigidamente binario, secondo il quale la propria “maschilità” o “femminilità” e i ruoli sociali dipenderebbero dal sesso assegnato alla nascita. In questa cultura, “maschile” e “femminile” sono generi costruiti come opposti, complementari e asimmetrici: tutto ciò che è “femminile” occupa un posto inferiore. Chiunque provi a ribellarsi alla norma che determina quale posto bisogna occupare nel mondo, che sia una donna che sceglie di lasciare il marito violento o un* adolescente che scappa da una famiglia che non le/gli permettere di scegliere liberamente come vivere il genere, la sessualità e i legami affettivi, viene colpit* dalla violenza di questo sistema, viene ricondott* all’ordine e, se continua a ribellarsi, uccis* o suicidat*.

Questa violenza ha una profonda radice patriarcale che cerca continuamente di reimporsi contro l’autonomia delle donne e i percorsi di autodeterminazione di tutte le soggettività che resistono all’eteronormatività e si ribellano al binarismo di genere: perché la matrice della violenza che colpisce le donne – cis, trans*, etero, lesbiche, queer, bi – è la stessa che produce la violenza contro tutte le soggettività che trasgrediscono la norma etero e cis, che si rifiutano di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donne nonostante l’assegnazione alla nascita. Anche in questo senso, diciamo che la violenza di genere è violenza maschile: perché è prodotta dal funzionamento coerente della maschilità egemonica, che si costruisce come naturale e spontanea attraverso la delegittimazione e la repressione di ogni altra forma di mascolinità non normativa, non etero, femminile, lesbica, gay, trans*.
Non si tratta quindi di aggiungere altre soggettività alla lista delle vittime, ma di affermare che la violenza di genere è prodotta dalla violenza DEL genere, dall’imposizione di due sessi-generi normativi a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria, all’interno di una cornice familista e riproduttiva. Questa violenza trova terreno fertile nella centralità sociale attribuita alla famiglia nucleare e alla coppia – intesa come unico luogo legittimo di realizzazione emotiva e di espressione dell’amore e al contempo come spazio eminentemente “privato” (“tra moglie e marito non mettere il dito!”)- e nell’immaginario dell’amore romantico: un immaginario che si nutre di senso del possesso, gelosia, esclusività, annullamento di sé e fusione simbiotica, isolamento nella coppia, non solo produce linfa per la violenza ma finisce anche per legittimarla.

In questo contesto, alla maschilità egemonica fa da contrappunto una femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamate ad aderire, prestandosi più o meno gratuitamente al lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente all’eterosessualità e alla maternità obbligatorie. Proprio a quest’obbligo ha tentato di ricondurci recentemente il fertility day, così come ci provano continuamente gli attacchi alla libertà di scelta (non) riproduttiva messi in atto dai cosiddetti obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, che svuotando di fatto la legge 194 nel nome di un modello e un ruolo femminile destinato alla maternità, mettono a rischio non solo la libertà ma anche la vita stessa delle donne.
Non ci stancheremo mai di ricordare, inoltre, che la violenza del genere, agisce indipendentemente dalla provenienza o dalla cosiddetta “cultura” di chi la compie. Rispediamo quindi al mittente ogni lettura femonazionalista e omonazionalista della violenza contro le donne, che produce degli “altri” razzializzati (migranti, musulmani o terroni che siano), che proietta le proprie strutture eteropartiarcali su altre culture provenienti dal Sud, non solo in senso geografico, rappresentandole come meno “civili” e intrinsecamente violente, tradizionali o arretrate. Le narrazioni razziste della violenza strumentalizzano le nostre lotte per occultare il fatto che la violenza non è esterna e lontana, ma un elemento che struttura tutta la società e solidifica la comunità nazionale.

Contro la violenza del genere e di genere, contro la riproduzione della maschilità egemonica e la complicità con essa, come invito a ribellarsi anche alla femminilità normativa, vogliamo rilanciare la prospettiva dello sciopero dai/dei generi, come pratica di lotta quotidiana, di sottrazione dalle performance binarie dei ruoli di genere socialmente imposti.
Alla centralità sociale della relazione monogamica e all’immaginario romantico ci ribelliamo continuando a costruire e sperimentare molteplici forme di intimità, reti di affetti e di cura non centrate sulla coppia, perché gli affetti e le relazioni sono sempre un fatto politico, non solo quando diventano violente! Se è vero che la violenza di genere si riproduce anche dentro le relazioni non etero e queer, nella misura in cui abbiamo introiettato i codici egemonici e binari della coppia ruolizzata, nei quali siamo stat* cresciut*, risulta ancora più importante – contro ogni forma di etero e omonormatività – riaffermare il desiderio, la pratica e l’importanza politica delle altre intimità e delle forme di relazione e affetto alternative.
Crediamo che non sia possibile vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza tessere fili di connessione tra di noi, senza leggere le intersezioni che ci sono tra l’essere donna, frocia, lesbica, trans*, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona in una società maschile e maschilista, eterosessista e violenta, che cerca con ogni mezzo di incasellarci e ricondurci tutt* all’ordine, nelle case, sul lavoro, a scuola, per strada, nelle relazioni, nelle istituzioni e nei servizi pubblici.
Per questo, abbiamo deciso di costruire uno spezzone transfemminista queer alla manifestazione del 26 novembre, per creare lo spazio e il tempo per incontrarci, riconoscerci e posizionarci le une a fianco de* altr* nella lotta contro la violenza di genere. Perché chi ci vuole divise per disciplinarci ci troverà tutt* insieme a urlare furiose nelle strade e nelle piazze: NiUneMenos!

Aderiscono:

SomMovimento nazioAnale
Cagne Sciolte – Roma
Fuxia Block – Padova
AssQueerTo – Torino
Ambrosia – Milano
Laboratorio Smaschieramenti e altre bolognesse – Bologna
Squeet Parade – Firenze
Collettiva – Pescara
Laboratoria Transfemminista Transpecie Terrona – Napoli
Collettivo transfemminista queer – Trento
Transfemministe queer – Perugia
Le Antipa – Pescara, Chieti
Lab Antifa – Pescara, Chieti
Queersquilie – Pisa
transfemministe queer – Perugia
Zarra Bonheur – collettiva transnazionale, diasporica, a geometria variabile
Favolosa Coalizione – Bologna
Lista Lesbica Italiana (testo di adesione)
Associazione Collettivi Donne Milanesi CDM – Milano
Alga Kombu
Katia Acquafredda
Maria Grazia Manfredonia
Paola Fazzini
Liana Borghi
Federico Zappino

Per aderire come singol* o come gruppo, collettivo, branco, s/banda, scrivi a transfemminista@canaglie.org

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Report CONFINI-PINKWASHING-OMONAZIONALISMO

Campeggia Queer – Report della giornata di giovedì 1 settembre 2016

CONFINI-PINKWASHING-OMONAZIONALISMO

Vogliamo continuare a riflettere su pratiche di autorganizzazione che combattano la strumentalizzazione della violenza di genere e dell’omolesbotransfobia in chiave razzista e islamofoba, la corporativizzazione e commercializzazione delle politiche froce e la celebrazione omonazionalista della “civiltà” di un’Europa che si vanta di promuovere l’emancipazione femminile e il rispetto delle minoranze sessuali ma poi pratica deportazioni e respingimenti di massa. Vogliamo organizzarci per costruire un movimento che metta al centro la lotta contro le frontiere tra i territori e i generi.

Per ora la giornata prevede: un momento sul pinkwashing di Israele; un momento sulle esperienze e sulla costruzione di pratiche di lotta che possiamo mettere in campo contro i confini in maniera intersezionale; una discussione su pinkwashing aziendale e del diversity management e su pinkwashing istituzionale (vedi Renzi e PD dopo la Cirinnà o dinamiche dei Pride).

Per finire, giochi da spiaggia: froce senza frontiere.

Omonazionalismo, Froce terrone, austerity

In questo workshop abbiamo tentato di ragionare collettivamente sui nessi tra omonazionalismo, costruzione della nazione e “civiltà”. Per farlo siamo partite dall’analisi di alcune campagne: “Svegliati Italia” – lanciata in occasione della discussione della legge Cirinnà sulle unioni civili – e la campagna “civiltà prodotto tipico italiano” – uscita in occasione dell’Europride tenutosi a Roma nel 2011. In queste due campagne, a nostro avviso paradigmatiche dell’omonazionalismo “all’italiana”, sono state mobilitate retoricamente la “civiltà” e l’appello a “stare al passo con l’Europa” (garantendo anche in Italia lo stesso quadro legislativo che c’è in altri paesi del nord Europa). Si tratta non a caso degli stessi discorsi e delle stesse argomentazioni utilizzati nel discorso pubblico per giustificare le politiche di austerità in Italia, un paese del Sud dell’Europa che – ci è stato detto – deve rimettersi al passo con il Nord. Abbiamo ricordato ad esempio le parole della ministra Fornero, che un po’ di tempo fa, ad un gruppo di attiviste precarie che reclamavano reddito ha risposto che l’Italia è un paese “ricco di contraddizioni”, dove c’è “il sole per nove mesi all’anno”, e se venisse riconosciuto un reddito di base “la gente se ne starebbe tutto il tempo seduta a mangiare pasta al pomodoro”. Questi discorsi hanno anche assunto una esplicita declinazione di genere ad esempio nella retorica pariopportunista di SNOQ (Se Non Ora Quando), che ipostatizza la figura della “donna che fa mille sacrifici per rigenerare la nazione” e rimetterla al passo. Tutti questi discorsi sono sottesi da un discorso coloniale: da una parte del nord dell’Italia nei confronti del sud, dall’altra del nord dell’europa nei confronti dell’Italia intesa come sud dell’europa.

Fatte queste considerazioni, il tentativo del workshop è stato quello di iniziare a gettare le basi per costruire un posizionamento che definiamo terrone dal quale formulare una critica a questo complesso di discorsi. Un posizionamento meridiano che parta dalle nostre vite più o meno al sud, un sud ampiamente inteso, che parta dalla nostra marginalità – piuttosto che dalla nostra centralità – rispetto alle retoriche e ai discorsi che abbiamo citato. Un posizionamento che rifiuti l’emancipazione attraverso il lavoro – punto nodale dell’ingiunzione a “nordizzarsi” – e riesca a leggere i punti in comune con altre soggettività marginalizzate, in questo modo andando oltre la mera solidarietà, pur al contempo riconoscendo il nostro privilegio di soggette in maggioranza bianche e cittadine. Un esempio di questo potrebbe essere, come ha detto qualcuna, quello di considerare le migrazioni verso il nord – dell’Italia o dell’Europa – di molte di noi come punto di partenza per leggere il migrare come punto comune dentro a condizioni materiali e di potere molto diverse. Tuttavia alcune hanno notato che è necessario non cadere nella tentazione di lanciarsi in una ricerca di analogie che può portarci ad un discorso neutralizzante e problematico che occulta i nostri privilegi. Detto questo, è importante cercare di sottolineare bisogni materiali comuni a soggettività – almeno in parte – diverse, come ad esempio casa, reddito ecc. per creare azione politica comune: la divisione è funzionale più al potere che alle lotte.

Più in generale il punto di questo ragionamento non è quello di costruire una soggettività “frocia terrona”. Piuttosto, in un contesto in cui sventolano bandiere tricolori e noi soggettività LGBT veniamo strumentalizzate per criminalizzare e marginalizzare migranti, musulmani e soggettività razzializzate, costruire un posizionamento terrone può rappresentare uno strumento per decentrare e destabilizzare l’ordine della nazione, dell’Europa, del progresso e della civiltà e per mettere in campo lotte comuni in modo situato. Una questione fondamentale per noi è infatti quella di costruire lotte comuni, senza annullare le differenze (sempre guardandoci dalla tendenza a omogeneizzare queste soggettività: alcune migranti o soggettività razzializzate sono LGBT!) né sovradeterminare le forme di autorganizzazione delle altre. Ad esempio, le retate in strada di migranti non colpiscono i/le bianc* cittadin*, ma anche quest* possono reagire e rifiutare questa pratica, anche se non li opprime direttamente. Un altro esempio può essere visto rispetto agli uomini sul tema della violenza contro le donne: le donne si autorganizzano, ma anche gli uomini possono autorganizzarsi per rifiutare di essere complici e reagire.

Ci sembra inoltre importante ragionare sul fatto che, pur se da posizionamenti differenti, siamo prese dentro gli stessi dispositivi oppressivi, dal quale siamo tutte interpellate nelle nostre specificità. Ad esempio il discorso che costruisce “i migranti” o “i musulmani” come portatori di “arretratezza”, “sessismo” e “omofobia” è un meccanismo che, se da una parte strumentalizza e tende ad addomesticare le nostre lotte antisessiste e contro l’eteronorma, dall’altra serve ad oscurare il fatto che sessismo e eteronormatività sono al cuore della società e non sono “esogene”. In questo senso lo stesso dispositivo razzista ci interpella direttamente pur se non siamo soggetti razzializzati. Ci sembra che da questo posizionamento si possano mettere in campo lotte antirazziste non in mera solidarietà, ma a partire da un punto di vista situato.

Nel caso del burkini l’essere gay friendly è elemento che attesta la modernità e nel Sud può esserci uno spostamento dell’omofobia sul soggetto stigmatizzato come altro islamico arretrato.

Le stesse froce terrone nel migrare riproducono la norma e si mimetizzano o interiorizzano questo senso di arretratezza e attraverso la normalizzazione della terronità passa anche la normalizzazione dell’omosessualità.

Confini, omonazionalismo e spazio pubblico

Nel workshop si è parlato dei confini geografici dei corpi, partendo da tre domande:

1) Quali corpi sono pericolosi e per quali spazi?

Bisogna innanzitutto analizzare cosa intendiamo per spazio. Si può parlare di: confine dello spazio nazionale; spazio urbano e della messa a valore; spazio securitario e del controllo.

Cosa intendiamo per corpi? Egemonici e minoritari. Ad esempio:

  • il corpo della donna in burkini è un corpo minoritario e destabilizza la norma egemonica, come può esserlo quello trans*.

  • il corpo differente dal corpo egemonico che è un pericolo per noi (pericolosità negativa).

  • i corpi differenti su vari assi di classe, sesso, genere, abilità, razza, canoni estetici ma che possono essere assimilabili o ribellarsi, autodeterminandosi e soggettivandosi, assumendo il dispositivo di oppressione per risignificare e sovvertire quest’ultimo.

Ovviamente bisogna tenere presente che gli elementi sovversivi cambiano nel tempo (ad esempio oggi la sottrazione o l’invisibilità del corpo, non più la sua esposizione, è un elemento sovversivo). Sta di fatto che alcuni elementi di visibilità non possono nascondersi, basti pensare al corpo trans o a quello del migrante di colore. Bisogna partire rompendo i dispositivi di potere nella nostra quotidianità, interrogandoci sul privilegio e sull’attraversabilità dei nostri spazi.

2) Chi decide qual è il corpo liberato e le modalità per liberarlo?

La prima risposta che c’è venuta (ironicamente, ma anche no) è: “noi”… però bisogna capire cosa possiamo intendere per libertà e per oppressione.

Non tutti i processi di liberazione sono uguali e molto spesso generano delle contraddizione. Possiamo dire che ogni processo di liberazione è diverso, per esempio alcune donne e femministe musulmane rivendicano il burkini come forma di liberazione. Queste contraddizioni e queste diversità non si devono tradurre in un generico relativismo neoliberale, non si tratta di collocarsi in un polo di una scelta binaria dove o intraprendi un processo di liberazione o rimani oppressa, ma bisogna essere in grado di ascoltare le esigenze che emergono da coloro che stanno lottando per la propria liberazione. Bisogna uscire dalla logica dell’unico modello di liberazione e prendere atto del fatto che non c’è un unico momento di liberazione finale del corpo, ma c’è invece la diversità nella continuità delle lotte situate nel contesto specifico di oppressione. La nostra riflessione sull’islamofobia ha senso dal punto di vista transfemminista queer perché indica le responsabilità dello Stato nell’utilizzo strumentale delle lotte femministe per ri-produrre dispositivi di assoggettamento (repressivo nello specifico). Questo discorso neo-orientalista legittima pratiche coloniali e in quanto tale va respinto a partire dal nostro posizionamento.

3) Come un corpo difforme diventa conforme?

C’è un’interpretazione problematica della domanda: conforme/difforme rispetto a cosa? Sul piano personale, sul piano sociale…? Sono due piani distinti? Probabilmente no: abbiamo tenuto insieme i due piani tenendo conto del rapporto dialettico tra desideri e norme. Come un corpo difforme diventa conforme? Esistono dispositivi che portano a legittimare modelli precedentemente visti come illeciti. Un esempio può essere la medicalizzazione: è normalizzante in alcuni casi, ma attraverso questa normalizzazione ci sono soggett* che possono intraprendere alcuni percorsi di transizione (non potendone immaginare altri). Tra i dispositivi di normazione c’è naturalmente il consumo, il divenire-consumatore/trice/turu. Questi dispositivi non ci esulano, in quanto a volte il discorso contro-assoggettante può diventare esso stesso normativo, quando per esempio si chiede al/la “militante” di “essere all’altezza” del discorso di cui si fa carico a un livello meramente biografico (e vince che lo fa più strano e lo fa più queer).

Pinkwashing, whitewashing, omonazionalismo

Nel workshop si è discusso della normalizzazione del discorso del movimento LGBT mainstream. Siamo partit* dall’esperienza del festival del cinema LGBT di Torino, di recente rinominato “Gay and Lesbian film festival”: a detta degli organizzatori la scelta è stata effettuata per rendere più comprensibile il contenuto e per semplificare la comunicazione (immediatezza del significato di Gay&Lesbian a fronte della complessità di dover spiegare cosa si intendesse con la sigla LGBT). Il festival inoltre ha ottenuto un finanziamento dell’ambasciata israeliana, in linea con le operazioni di pinkwashing da parte di Israele. Infine, quest’anno alla serata di apertura è stato proiettato il film Stonewall, uscito recentemente, noto per le polemiche sulla rimozione o per lo meno la drastica riduzione delle persone trans e nere nei moti di Stonewall.

A partire da questa realtà, l* partecipant* del workshop si sono chiest*: viene prima il pinkwashing o l’omonazionalismo? Quale dei due è il frame che contiene l’altro? Le domande rimangono aperte, ma nella discussione sono emersi alcuni punti:

  • importanza di non porre il problema dell’oppressione palestinese in chiave paternalistica, ma dichiarare che NON SIAMO DISPOST* a farci strumentalizzare. L’interpellazione del pinkwashing chiama in causa direttamente noi soggett* trans femministe queer e ci investe in prima persona, dal momento che è anche su di noi che si esercita l’azione del dispositivo pinkwashing;

  • l’omonormatività ha un funzionamento diverso dal pinkwashing: è un dispositivo soggettivante che genera NORME rispetto alle quali siamo chiamat* ad aderire non per legittimare l’azione di qualcun altro – di uno Stato, di un Governo – ma per legittimare NOI STESS* per essere “adeguat*” a una norma, appunto;

  • osservando il mondo che ci circonda, questi dispositivi procedono parallelamente, non si riesce davvero a individuare una priorità dell’uno sull’altro;

  • caratteristica del whitewashing è la pervasività e l’incorporamento negli altri due dispositivi: il pinkwashing per esempio agisce su un soggetto che si pretende MOLTO sbiancato; il soggetto-modello che viene richiesto dal pinkwashing, non necessariamente realistico, è molto meno medio-orientale di quanto sarebbe in realtà, una ri-produzione di un soggetto “californiano”.

Discussione:

  • in questi giorni alcune persone hanno notato una non-liberazione dai generi: forte predominanza della presa di parola dei maschi cis, anche in contesti in cui erano in minoranza; nessun maschio cis si è segnato al turno di pulizia dei bagni. Proposta di interrogarci sulle dinamiche di privilegio-oppressione dentro la nostra stessa comunità e su come gestire meglio questa situazione. Esigenza di riflettere un po’ su quanto emerso prima di discuterne: a livello di metodo ha senso anzitutto focalizzare sul fatto che non siamo esenti dalle gerarchie di potere, che esistono realmente nel mondo in cui viviamo e che agiscono su di noi nonostante la dicitura “queer” (de-individualizzazzione del queer, fallibilità); in ogni caso è un invito a pensare collettivamente questa cosa, magari prendendoci uno spazio per parlarne nella plenaria di domani sera (02.09.2016), provando nel frattempo a responsabilizzarci collettivamente (p.e. evitando di intervenire trecento volte in assemblea o segnandosi nei turni di pulizia già stasera);

  • è emersa la necessità di decolonizzare il linguaggio che usiamo da una serie di parole patologizzanti (pazzo, schizofrenico, isterica);

  • il linguaggio che utilizziamo nei documenti che rafforza il paradigma “sviluppista”. Dobbiamo riuscire a utilizzare un linguaggio non accademico, ponendosi anche la questione della traduzione, facendo una fanzine multilingue, produrre campagne e immagini alternative, una fanzine curata dal punto di vista estetico artistico può circolare di più e in altri ambiti.

  • Nel dibattito sul burkini è sorta l’idea di fare un’azione in spiaggia evidenziando le imperfezioni (pelo, ciccia etc). Bisogna mettere in evidenza le norme legate all’ingiunzione a svestirsi/svestirsi, ad avere un certo corpo piuttosto che un altro, anche perché la normazione dei corpi non riguarda solo lo spazio pubblico eterosessualizzato, ma anche nello spazio LGBT omonormato con i suoi codici molto precisi.

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No Fertility Day

Oggi in molte città italiane froce, lelle e transfemministe scendono in piazza per dire no al Fertility day e al Piano nazionale della fertilità.

Una veloce (e incompleta) rassegna:

Bologna – Coltiviamo i nostri desideri contro il fertility day – Appuntamento sotto le due torri alle 17

Milano – Ho tolto le pile all’orologio biologico e le ho messe nel mio vibratore – Piazza Della Scala h 18:00

Padova  – Contro il fertility day coltiviamo la libertà di scelta – Piazzetta Garzeria h 11

[in aggiornamento]

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< Il gioco dell’oca della Favolosa Coalizione in piazza oggi a Bologna…

 

 

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Report della Campeggia 2016

Report della campeggia 2016 in PDF:

1 settembre 2016 CONFINI-PINKWASHING-OMONAZIONALISMO

2 settembre 2016 – Lavoro, non lavoro, reddito (comprende accademia & attivismo

 

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Déclaration d’indépendance du peuple des Twisted Lands

Dichiarazione di indipendenza della Popola delle Terre StorteDeclaration of Independence of the People of Twisted Lands – Declaracão de independência da Pova das Terras Tortas – Declaraciòn de indipendencia de la Puebla Torcida

Nous vivons des heures sombres. De vieux hommes aux cheveux gris, les bras chargés de livres, sont disposés comme des pièces sur un échiquier et nous supplient de nous mettre vite à l’abri parce que la défaite de l’ordre rétro/hétérosexuel et la victoire de l’Internationale Queer sont imminentes. Et ils ont raison, ils ne trouveront pas d’abri. Continue reading

Posted in Lotta anale contro il capitale: VENIAMO OVUNQUE la prima manifestazione nazioAnale TransFemministaQueer - Bologna, 21 maggio 2016, Verso il 21, materiale nazioAnale | Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati su Déclaration d’indépendance du peuple des Twisted Lands