SCIOPERO! Comunicata delle transfemministe in sciopero dalla conferenza CIRQUE (L’Aquila, 31 marzo-2 aprile 2017)

Riceviamo & pubblichiamo dall* scioperanti della conferenza CIRQUE.

[Questo comunicato nasce come testo bilingue.  Versione bilingue/bilingual version here. Versione solo inglese/only-english version here.]

 

Siamo trans*, lesbiche, camioniste, ricchioni, femministe, persone trans-queer nere. Siamo ricercatrici senza stipendio o con stipendi intermittenti, attivist*, performer, traduttrici, professori a tempo indeterminato cui l’accademia neoliberale rende la vita impossibe perchè troppo critici, troppo emotiv*, troppo soggettiv* o troppo “di nicchia”. Proveniamo da contesti geografici e culturali diversi.

Sentiamo l’urgenza e il bisogno di condividere il racconto di come, all’interno di una conferenza accademica politicamente problematica come ce ne sono tante, ma forse un tantino peggio delle altre, ha preso corpo quella che per noi è stata una forma di SCIOPERO dal lavoro accademico precario, ma anche dal surplus di sfruttamento e alienazione che subiamo in quanto lavoratrici/-tori trans, lesbiche, froce, razializzate dell’industria accademica e della produzione culturale. Uno sciopero che vediamo in profonda connessione con lo sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo.
Di tentativi di depoliticizzazione e appropriazione del queer ne abbiamo visti e ne vediamo tanti. Bisogna dire però che quello portato avanti nella conferenza organizzata a L’Aquila dal CIRQUE (Centro Interuniversitario di Ricerca Queer) dal 31 marzo al 2 aprile scorsi si è distinto per la sfacciataggine, la pretesa di legittimità, la violenza e la particolare rozzezza dell’operazione.

Così l’ultimo giorno della conferenza, esasperat* e stanch*, abbiamo scioperato dai panel ufficiali nei quali eravamo attes* chi come speaker, chi come pubblico: abbiamo occupato un’aula, e ci siamo pres* il tempo e lo spazio fisico e simbolico per una sessione di discussione transfemminista autonoma e autogestita.

Uno spazio in cui discutere fra soggettività diverse ma unite dal mutuo riconoscimento e dalla pratica politica del posizionamento. Uno spazio per far avanzare il nostro pensiero e con esso le nostre lotte. Uno spazio in cui non essere sempre riportat* indietro dall’ignoranza del privilegio dei gruppi dominanti.

In questo modo, abbiamo scioperato dal lavoro pedagogico e di cura delle classi dominanti, quel lavoro non riconosciuto e non pagato che ci viene richiesto come dovuto ogni volta che subiamo violenza fuori e dentro l’università: ogni volta che ci si aspetta che spieghiamo con pazienza al povero etero pieno di buone intenzioni (o gay-cis bianco, o qualunque altra posizione di privilegio si dia nella specifica situazione) perché un certo comportamento ci offende ed è politicamente problematico; ogni volta che dobbiamo supplire all’ignoranza o soddisfare la curiosità delle persone “normali” come condizione per farci “accettare” – una situazione in cui la conferenza CIRQUE ci ha messo innumerevoli e insopportabili volte.

Abbiamo scioperato interrompendo l’estenuante lavoro di cura delle pubbliche relazioni che dovrebbe servire a farci avere un domani l’ennesimo contratto sottopagato (forse). Ci siamo pres* invece il tempo e lo spazio per prenderci cura collettivamente di noi e dei nostri bisogni (e ne avevamo bisogno, dopo tutto quello che avevamo dovuto subire!).

Ci siamo sottratt* al dovere di “farci vedere”, dando invece consistenza e visibilità a tutto il lavoro invisibile che in continuazione dobbiamo ri-produrre.

Abbiamo smesso di competere e sgomitare per ottenere il riconoscimento del nostro lavoro e ci siamo pres* uno spazio in cui scambiarci orizzontalmente riconoscimento e conoscenze basate sui nostri vissuti.

Questo spazio ce lo siamo preso e lo abbiamo difeso. Alcuni organizzatori della conferenza si sono presentati nella candida convinzione che anche quel tempo e quello spazio fossero destinati a interagire con loro; per loro era impossibile immaginare che lì, in quel momento, i privilegi potessero essere nominati, le relazioni di potere sfidate, la pedagogia interrotta, fino a farli sentire a disagio, fuori luogo, insopportabili, espulsi e farli uscire dalla stanza.

Chiediamo migliori condizioni per il lavoro produttivo, affettivo e di cura non riconosciuto che svolgiamo per l’accademia. Già dobbiamo combattere quotidianamente contro le molteplici forme di oppressione che subiamo nella società: non abbiamo più intenzione di doverci ritagliare faticosamente il nostro spazio e svolgere questo lavoro di pedagogia continua anche in un ambiente che si proclama ‘friendly’ e ‘progressista’, e che invece si rivela ostile e violento.

Il nostro sciopero è uno sciopero contro la violenza epistemologica, contro il lavoro gratuito di spiegazione di sé e di educazione delle classi dominanti che ci viene estorto, contro la precarietà, lo sfruttamento e l’oppressione imposta alle lavoratrici/lavoratori della conoscenza, contro il razzismo, l’islamofobia e il pinkwashing. Ma se scioperiamo contro queste cose è perché hanno delle conseguenze materiali sulle nostre vite di persone queer, trans, precarie ben oltre l’università.

Grazie alla solidarietà e alla creatività che ci hanno permesso di trasformare almeno in parte l’esasperazione, la rabbia e il dolore in un momento di resistenza, le nostre ferite stanno guarendo. Noi stiamo guarendo, ma perché chi ci ha ferito non sente il bisogno di mettersi in discussione e non viene messo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni? Noi non staremo zitt*.

Il pensiero queer (o frocio, lesbico, ricchione..) e trans dentro e fuori dall’accademia è radicato nelle vite froce, nasce dai movimenti, e deve essere a supporto delle nostre vite e delle nostre lotte.Non possono fermarci: resistiamo, scioperiamo, cospiriamo. Il patriarcato cis-sessista-abilista-capitalista-bianco-maschio-eterosessuale cadrà a pezzi e morirà e al suo posto sorgerà un meraviglioso mondo transfemminista queer.

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Per saperne di più: alcune “perle” dalla conferenza cirque…

Queer? La qualunque (tanto va bene tutto)

Nell’intervento di apertura della conferenza, l’idea che il queer dovrebbe sganciarsi dalle soggettività e dai corpi lgbt per diventare uno strumento di decostruzione astratto, utilizzabile da chiunque per qualunque cosa, ci è stata spacciata come il nuovo orizzonte degli studi queer.

Mettiamo le cose in chiaro: come transfemministe siamo le prime a fare attivismo in gruppi composti da soggettività diverse, e pensiamo che il queer, come pratica politica e di conoscenza, può essere praticato da chiunque, a patto però di posizionarsi e di sapersi assumere la responsabilità e la parzialità del proprio posizionamento e del sapere che da lì si produce; a patto di saper riconoscere i privilegi, i punti ciechi, le complicità che derivano – anche tuo malgrado e a dispetto della tua grande buona volontà – da quel posizionamento. E a patto di riconoscere una genealogia che parte dalle esperienze incarnate di lesbiche razializzate, froce, camioniste, checche, travestite e trans*.

Tutto il contrario di ciò che è stato fatto, ed esplicitamente rivendicato dagli organizzatori della conferenza dell’Aquila.

Bisogna essere chiari sugli interessi che ci spingono a studiare determinate esperienze che non sono la nostra. Rifiutiamo ogni tentativo di ricodificare la neutralità sotto falso nome. Chi può parlare per chi? A beneficio di quali interessi? Il punto, evidentemente, non è che puoi studiare le/i trans solo se sei trans, ma che senza politica del posizionamento anche il sapere più critico e apparentemente sovversivo torna ad essere uno strumento nelle mani delle classi dominanti. La conferenza CIRQUE ce ne ha dato innumerevoli esempi.

Durante la conferenza, abbiamo visto utilizzare il termine “queer” per designare qualunque cosa vagamente non normativa, qualunque pratica che apparisse “trasgressiva” agli occhi del ricercatore, qualunque prospettiva critica su questo o quell’argomento (del tipo, “queerizzare questo e quello”), senza nessuna svolta queer nella metodologia, così che qualunque cosa potesse essere legittimata fintanto che “scientificamente” accreditabile.

“Queer” è ritornato a significare ciò che è scioccante, strano, ciò che la moralità vede come raccapricciante. Questo uso manipolatorio del termine “queer” mostra il pericolo di scivolare verso atteggiamenti queerfobici o anti-queer. Ma non è esattamente un atteggiamento anti-queer che informa questo tipo di interpretazione del queer? È chiaro che la ragione più ovvia per questo tipo di scorciatoie è il fatto che per l’occhio etero accademico, “queer” rappresenta un concetto di nicchia ricercato da pochi, che lo rende “intrigante” e “figo”.

Per esempio, alcune presentazioni alla conferenza hanno utilizzato il termine “queer” per accreditare indirettamente motivazioni per il sesso intergenerazionale non consensuale. Mentre studiare la pedofilia può essere una cosa legittima, in questi casi specifici era davvero poco chiaro perché ci si appellasse a questa accezione di queer come significante di qualsiasi cosa. Per di più senza riguardo per le implicazioni etiche di tale prospettiva, e nella completa non considerazione dell’esperienza delle persone che avevano subito abusi da piccol* presenti nel pubblico, tutto ciò anche dopo che queste sono intervenut* nel dibattito.

Il titolo della conferenza era “Cosa c’è di nuovo negli studi queer?”. Ma niente di nuovo può arrivare da chi non sa nemmeno di cosa sta parlando. Eppure, cosa ci dice questo titolo a proposito del significato di “queer”? Chi è legittimato a chiamare la propria ricerca queer? Chi ha improvvisamente interesse a strombazzare di fare “ricerca queer”? Queste sono le vere domande dietro “cosa c’è di nuovo nei queer studies”.

Conosciamo bene il desiderio dell’accademia di capitalizzare il queer, le esperienze e i corpi trans*- e in particolare le trans povere e nere. Abbiamo conosciuto e viviamo ancora sulla nostra pelle cosa significhi diventare oggetti di studio spersonalizzati, abbiamo visto in tutti questi anni le nostre pratiche di lotta e resistenza ridotte a pura estetica depoliticizzata, continuiamo a vedere come i pensieri che produciamo insieme alle nostre comunità ci vengano sottratti per diventare materiale e dati per speculazioni teoriche che saranno poi rivendute come “produzioni scientifiche”.

In Italia, in particolare, in questo momento è in atto un vero e proprio tentativo di imperialismo epistemologico: cancellate le esperienze di dissidenza dai generi ed eccentricità in cui cui siamo cresciut* come attivist* e pensator.ici queer (o froce, o ricchione) oggi l’accademia italiana si affanna a dimostrare di essere all’altezza degli standard anglofoni, producendo una norma di ciò che il “queer” dovrebbe essere e riproducendo le proprie gerarchie anche in questo spazio.

Il paradigma indiscusso della bianchezza: razzismo culturale a 360 gradi

La conferenza era satura di bianchezza, appropriazione culturale e appropriazione della produzione intellettuale del femminismo nero e postcoloniale.

Relatori bianchi si sono appropriati del concetto di razza (“trans-race”) semplicemente perché fa figo, spesso grossolanamente travisando argomenti o usando citazioni selettive per manipolare i testi per i loro fini, in contrasto con gli scopi esplicitamente sostenuti dalle/dai scrittrici/scrittori nere/i e postcoloniali. Perché non c’erano persone nere alla conferenza, mentre le persone bianche che reclamano un’identità nera sono viste come l’avanguardia della sovversione anti-identitaria?

Allo stesso tempo è stato affermato che l’atto di performare le altre culture è radicale perché (citando un professore cis etero bianco alla conferenza) “queer è performatività per cui anche la razza puo essere performata”. La sola persona evidentemente non bianca presente alla conferenza, una donna trans, ha dovuto spiegargli perché la performance sull’indian face (due ragazze bianche che perfomavano un’immaginaria quanto orientalista India) fosse un’appropriazione culturale estremamente offensiva e razzista. Nononstante ciò lui non ha voluto ascoltarla e ha continuato a interromperla.

E ovviamente non poteva mancare un tocco di islamofobia, nel momento in cui, con l’intento falsamente neutro di “problematizzare” e “riflettere”, in nome della libertà di parola si tendeva a legittimare il discorso islamofobico e a delegittimare l’attivismo queer anti-islamofobico, facendo passare per innocente il meccanismo per cui la figura di una persona lgbt ex-musulmana viene usata per mettere a tacere voci musulmane e queer, e voci queer mussulmane. L’islamofobia ha preso corpo nelle parole di uomini bianchi che hanno usato la presunta “oppressione delle donne e delle/dei froci/e” nell’Islam a supporto del proprio privilegio.

Fenomeni da baraccone: patologizzazione e sessualizzazione delle/dei trans*

Le presentazioni su tematiche trans* italiane o da parte di panelist trans italian* (nello specifico, si trattava solo di persone che si identificavano nello spettro del maschile) sono state per lo più collocate nelle sessioni intitolate “Sessualità”. Come noto, l’etichetta “sessualità” è molto problematica per molte persone trans, si rifà al linguaggio medico e mostra una non comprensione delle soggettività ed esperienze trans.

Inoltre, vogliamo sottolineare la totale assenza di donne trans italiane alla conferenza, mentre abbiamo assistito alla presentazione di una ricerca su una comunità di donne trans da parte di una ricercatrice cisgender che si è distinta per la quantità di transmisoginia, classismo, puttanofobia e paternalismo che ha espresso, e per la corrispondente quantità di rabbia che ha causato alle persone trans, queer e femministe alleate presenti nel pubblico.

Quando le è stato esplicitamente chiesto di situarsi rispetto all’oggetto della sua ricerca, la ricercatrice ha addirittura argomentato il suo senso di legittimità e di competenza in materia dicendo che “sono una delle poche non apparteneti alla comunità LGBT che stanno studiando queste persone” e che uno sguardo esterno è necessario per fare ricerca, mentre la chair del panel chiedeva alle persone trans* presenti in aula di portare pazienza e di “insegnarle”.

Il sapere prodotto e legittimato dalla conferenza CIRQUE, nel contenuto come nelle modalità, lungi dal contribuire a contrastare o a criticare l’oppressione delle soggettività trans*, ne ha riprodotto alla perfezione i meccanismi: le femminilità trans sono state ipervisibilizzate, ridotte a feticcio e a mero oggetto di studio e di discorso altrui; le mascolinità trans sono state per lo più neutralizzate e invisibilizzate; le une e gli altri vengono esclus* e espuls* dalla scuola e dall’università, o inclus* a prezzo di sofferenza, marginalizzazione, iperlavoro ed estrema ricattabilità.

Niente carta d’identità, niente WI-FI. La violenza amministrativa

Il cosiddetto comitato organizzatore della conferenza CIRQUE è arrivato perfino a chiedere ai/le partecipanti di fornire in anticipo una copia della loro carta di identità (ebbene sì!) per ottenere l’ accesso alla rete wi-fi durante la conferenza. Invece di vantarsi di aver scelto l’Aquila come sede della conferenza, forse gli organizzatori si sarebbero dovuti ricordare della violenza amministrativa che viene esercitata attraverso le carte di identità, sia sulle persone trans* sia sulle vittime del terremoto del 2009, confinate in campi gestiti da militari, sottoposte a coprifuoco e costrette a mostrare i propri documenti per entrare e uscire dai campi.

Problemi di traduzione. Accesso negato ai non-anglofoni?

La traduzione non è mai stata menzionata né prevista durante tutta la conferenza. La traduzione è per noi una questione non solo linguistica, ma politica. Attraverso la barriera linguistica si sono messe a tacere ulteriormente le voci dissidenti. Così l’accademia italiana si affanna a dimostrare di essere all’altezza degli standard internazionali anglofoni, e nell’organizzare una conferenza in Italia – rivendicando la scelta dell’Aquila, la città che rinasce dal terremoto ecc. – ha più a cuore l’accessibilità delle presentazioni ad un pubblico anglofono rispetto a quello locale, in un’ottica colonialista/monolingue succube dell’imperialismo linguistico inglese.

La traduzione andrebbe vista in un’ottica di scambio più profondo fra lingue, culture e contesti intellettuali diversi, e non come un orpello aggiuntivo non necessario e non degno di essere retribuito, che ha portato gli organizzatori a dire che “non ci sono soldi per la traduzione” senza interrogarsi su altre possibilità. Perché la necessità della traduzione non è considerata, per esempio, al pari del catering o della cartellina da distribuire a inizio conferenza?

La violenza del sistema

Questa conferenza è stata un’ulteriore manifestazione della violenza che subiamo tutti i giorni, dei colpi che riceviamo fuori e dentro l’università. Gli organizzatori hanno riprodotto ogni tipo di gerarchia, ignorando il fatto che siamo (più) precarie proprio a causa delle oppressioni del sistema e delle gerarchie accademiche. L’essere queer e trans ci relega al fondo della catena alimentare. Il fondo della catena alimentare ha bisogno di mangiare. Vogliamo essere pagat* per il lavoro che facciamo. Renderemo visibile il lavoro invisibile. Sciopereremo ancora.

Transfemministe in sciopero dalla conferenza CIRQUE (L’Aquila, 31 marzo- 2 aprile 2017)

Transfeminist strykers from the CIRQUE Conference (L’Aquila, 31st march – 2nd april 2017)

contatti: andystrikes2[ a t ]gmail[punto]com

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