Report del gruppo “Pratiche queer della quotidianità”

 

Campeggia transfemminista queer invernale

Villa Torre, Parco regionale dei gessi e dei calanchi bolognesi, 24-26 gennaio 2014

Gruppo di autoinchiesta
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Le nostre domande di partenza:

 

Cos’è per te il queer? Come vivi il queer nella quotidianità (lavoro, relazioni, identità, spazio pubblico…)?

 

Qual è differenza tra attivismo queer e attivismo LGBT?

 

Quali sono per te temi centrali/le lotte dell’attivismo queer?

 

Come intersecare le lotte partendo dalle nostre differenze/somiglianze? (migrant*, reddito…)?

 

 

Ci sono problemi linguistici sulle definizioni

 

 

Fra noi ci sono differenti percorsi di provenienza; spesso persone con percorso “etero” si sentono bloccate all’accesso al queer

 

 

L preferisce, in contesti di vita quotidiana, dire il proprio orientamento per far emergere e rendere riconoscibile l’implicito di ciò cui si parla (es. “no, non sto cercando un ragazzo: la mia compagna è quella”. Molto semplice), con il rischio però di bloccarsi sull’orientamento identitario (che può trasporsi sul piano strettamente personale). In contesti femministi e lesbici invece preferisce portare il discorso queer proprio per contrastare l’irrigidimento esclusivo – e non sempre la passa liscia. Il definirsi lesbica come scelta politica (identità che non coincide necessariamente con quella personale) a partire dal contesto italiano in cui il termine “queer” non ha quella carica sovversiva che ha avuto nei paesi anglofoni. “Lesbica” e “frocia” sono parole che creano più rottura, dissonanza.

 

Il raccontarsi come lesbica, gay, bisex, queer ecc. dipende dal contesto.

 

La questione che si pone: meglio utilizzare l’etichetta “lesbica” con il rischio di irrigidirsi nell’identità (che oltre ad essere percepita come escludente, può anche risultare a sua volta discriminatoria rispetto a bisex, intersex, trans) o è preferibile forse passare direttamente alla prospettiva queer anche nella pratica quotidiana (con lo zio, l’amic* e la datrice di lavoro) con il rischio che ti guardino come un extratterestre (e creare così ancora più diffidenza, incomprensione, paura)?

 

 

É più facile narrarsi e dirsi quando il nemico è più visibile.

 

 

Alcune possibili derive nell’uso del termine queer:

 

soprattutto in alcuni ambienti italiani già “queerizzati” si avverte un bisogno quasi imposto di associazione arte/postporno/ipersessualità superstrana – e dunque un’aspettativa a sua volta normativa. Queer come essere sempre oltre, più avanti: se non lo fai con 4 dildi per mano appesa ad una corda ululando per cinque giorni di fila (e con qualcun* che ti riprende) non sei abbastanza fig*;

 

un altro rischio è di utilizzare il termine “queer” per smarcarsi dall’immaginario negativo associato a persone LGBT nel senso di evitare di assumersi la posizione scomoda di rispondere a chi ti nega nel discorso.

 

 

Per G il queer non cancella definizione di gay, no al queer che cancella tutto il percorso passato di lotta. Queer non può essere una definizione personale, ma queer mette a critica le definizioni. Deriva mercificata del queer in italia, privato del contenuto politico. Creare trasversalità delle lotte, cambiare l’ottica della minoranza in ottica della trasversalità, soprattutto rispetto a etero, trans, intersex. Riconoscere le differenze dei desideri e dei percorsi.

 

 

Per T il queer ha senso come evoluzione del marxismo, dell’approccio dialettico/sintetico; non dobbiamo liquidare il posizionamento, dobbiamo intrecciare le altre lotte senza fingere che non abbiamo una realtà incarnata e posizionata; ora manca la politica del posizionamento, mancano le identità e le appartenenze

 

 

 

Rischio che il queer diventi nuova normatività.

 

 

A Perugia la realtà è rovesciata: sono partite ponendosi subito oltre le definizioni, non ne sentivano il bisogno. La questione è emersa molto dopo. Forse è l’atteggiamento propositivo alla base che ha funzionato?

 

A La, senza background politico, carta bianca, è capitato di ritrovarsi in un concetto che ingloba il non stare bene con le definizioni, con il capitalismo, e vari disagi. Da lì ha provato una sensazione immensa di liberazione.

 

 

Transfobia da parte dei maschi gay, perchè?

 

 

I a Londra: arrivare al queer dal femminismo. Da un gruppo di liberazione di bio-donne ci si è aperte a bio-uomini per discutere sul genere. Ci si è res* conto di questa binarietà e si è deciso di fare il giro di presentazioni dicendo con quale pronome si voleva essere chiamate e le cose sono cambiate, si è liberato il genderqueer.

 

Il gruppo LGBT invece ha posto resistenza rispetto al queer: non erano interessat* all’anticapitalismo e alle varie questioni politiche implicate, c’era tra loro una mancanza di politicizzazione.

 

L’iniziativa su gender & borders è stata percepita come d’interesse unicamente per migranti e non l’ha cagata nessuna: questo ha portato a una discussione interna produttiva.

 

 

Esperienza delle Bellaqueer: tra le varie pratiche politiche del collettivo Bellaqueer emerge un lavoro con persone migranti sul tema dello spazio pubblico (di come questo sia soggetto a dinamiche di potere che negano diritti di tutt*: diritto allo stare,alla mobilità…il cui fulcro principale è che ci riconosciamo tutt* come migrant*). In questo progetto dal nome Migrazioni Urbane si riscontrano criticità: usando vie istituzionali per avere contatti con i migranti è successo che si è riprodotto un sistema di rappresentanza per cui alle assemblee non erano presenti migranti, ma solo loro alcuni presidenti di associazioni del paese di provenienza. Mentre tramite le nostre reti relazionali e in contesti apparentemente lontani dal nostro, siamo riuscit* ad iniziare un percorso condiviso, seppur fragile.

 

 

Il tavolo si è quindi soffermato su cosa significa “essere migranti”: mettere in comune esperienze con soggettività differenti (migranti, lesbiche, donne, student* fuori sede…) per tentare di unire le lotte.

 

 

 

L: percezione esterna dei gruppi/collettivi, queer o identitari, che in qualche modo si guardano vicendevolmente con pregiudizio. Come andriamo oltre questo? E come comunichiamo con l’esterno?

 

 

La: le belle queer come pratica vanno a parlare con altre realtà di temi che hanno in comune, propongono collaborazioni, poi si arriva al discorso queer, sessualità non normate ecc. e si cerca di far passare anche questo tema.

 

Dare un connotato a un posto di cui ci si riappropria, così da non avere il bisogno di proteggersi (esperienza di Gi che si deve proteggere come drag queen in ambienti istituzionali).

 

 

Dobbiamo dotarci di più strumenti di visibilità, creare un clima di socialità diffusa; nelle nostre pratiche quotidiane dobbiamo contaminare i contesti con i nostri discorsi. Così facendo emergono anche pratiche che magari già esistono nelle vite di persone che non si definiscono queer, magari anche perché non lo conoscono, pensano che abbia a che fare solo con froci e lesbiche o che sia qualcosa di troppo astratto e intellettualoide

 

 

Consideriamo il queer come prospettiva critica di rivoluzione del reale, non come identità.

 

Probabilmente è proprio la visione identitaria a tener lontane le persone “fuori”

 

 

Chi viene dal tavolo sulla mobilizzazione della depressione di riporta un paio di punti emersi:

 

depressione come malattia sociale con conseguente chiusura;

 

esiste un vuoto: fino a qualche anno fa aveva senso posizionarsi come donna, come student* ecc. perché avevamo punti di riferimento nei movimenti Vs. ora percepiamo un vuoto (l’identità qui non è percepita in senso rivendicazionista)

 

Per T il momento di “pieno” (rispetto al vuoto di cui sopra) è stata la riflessione sull’omonazionalismo, perché dà l’idea della concretezza e dell’incarnazione dell’essere queer (sessualità e provenienza geografica) → emersione chiara di un apparato discorsivo che prima non era visibile.

 

Quando i movimenti erano più performativi il disagio non lo sentiva → la nostra fase di ora è il contrario della performatività, è una fase di raccoglimento, messa in parola di noi, “auto-cura” (consultoria, reddito condiviso, mutualità)

 

 

 

M: il passaggio a questa fase depression ha provocato rotture tra compagne MA il suo collettivo le ha salvato la vita → praticare queer nel lavoro, nello spazio pubblico, nelle pratiche quotidiane è difficile

 

 

 

 

I contenuti del tavolo inseriti nella griglia

 

 

1. mappatura di esperienze (individuali amicali, politiche; direttamente vissute oppure conosciute da libri etc; dal punto di vista delle pratiche e del vissuto)

 

_autodefinizione contestualizzata e situata: “mi definisco quando il nemico è visibile” 

 

_valorizzare ed esporre le nostre differenze, consapevolezza delle differenze di posizionamento, potere, dominio

 

 

2. mappatura di bisogni/mancanze

 

_nel nostro quotidiano abbiamo bisogno di linguaggio non “normato”: “ti aNo” in alternativa al “ti amo”, che rimanda a scenari, aspettative, ansie che non ci rappresentano 

 

_tra di noi e per comunicare all’esterno abbiamo bisogno di un linguaggio non accademico e semplice

 

 

3. strumenti di indagine: le domande giuste per allargare l’autoinchiesta

 

_autonarrazione

 

_allargare le domande sul queer ai nostri collettivi

 

_problematizzazione delle identità: bisogno, prevedibilità, oppressione…

 

 

4. proposte pratiche/soluzioniMICROSTRATEGIE

 

per migliorare o estendere ad altri esperienze esistenti o per crearne di nuove; come fare il salto dall’amicale privato al collettivo politico.

 

_linguaggio sbalorditivo e dissacrante (fornire contraddizioni)

 

_coming out non normato nei nostri contesti politicizzati (valorizzazione e proliferazione dei propri desideri, eau de toilettes, pronomi……..) 

 

_parlare con la gente nel quotidiano 

 

_performatività draggheggiate (attraversare gli spazi urbani producendo rottura e risignificazione)

 

 

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